Thu07312014

Back BLOG Alessio Briganti - Polis, Policy, Politics Amministrative 2012: l'ineffabile Bersani

Amministrative 2012: l'ineffabile Bersani

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La tornata appena conclusasi delle elezioni amministrative 2012 ha avuto esiti che hanno il merito di mettere a nudo, forse definitivamente, i vizi, gli errori (concettuali, strategici e programmatici) e le strumentalità dei partiti che sono stati i principali protagonisti degli ultimi anni della politica italiana.
 La prima interpretazione del dato complessivo, forse banale nella sua evidenza, è quella secondo cui i cittadini, attraverso l'astensione massiccia, hanno comunicato una sfiducia definitiva nei confronti della rappresentatività e della capacità di amministrare seguendo gli interessi generali da parte dell'attuale sistema dei partiti secondo-repubblicani; attraverso il voto, invece, hanno consegnato l'avviso di sfratto alla classe politica che ha diretto le strutture di cui sopra.
Altre letture, tese a determinare vincitori e sconfitti, sono tentativi pietosi di marketing elettorale, di dimostrarsi forti, saldi, nonché unici punti di riferimento politico. Insomma, rovesciando l'ottica di don Abbondio, l'unico vaso di ferro tra i tanti vasi di coccio. Lo spettacolo più imbarazzante a cui faccio riferimento è quello della conferenza stampa di Pierluigi Bersani, velocissimo nel tentare di attribuirsi una vittoria di tappa "senza se e senza ma". Con un'acrobazia logica e linguistica  ha concesso che "in alcuni comuni non vinciamo ma non perdiamo" e davanti alla débacle parmense ha controargomentato sostenendo "Non è vero che contro Grillo perdiamo, a Garbagnate e Budrio abbiamo vinto", giungendo al vertice del climax con l'affermazione "C'è stato un voto largamente trasversale, infatti ho sentito La Russa compiacersi di aver sostenuto Grillo", in cui una nullità politica come l'ex Ministro della Difesa diventa un salvagente cui aggrapparsi: caro Bersani, l'istanza di rinnovamento, il voto di protesta e il voto anti-sistema si sono rivolti anche contro il PD, contro coloro che si erano illusi di convogliarlo.
Concentrarsi sulle vittorie elettorali di coalizione in quindici comuni capoluogo è un esercizio contabile preciso ma privo di lungimiranza e di onestà intellettuale. Per definire un dato politico è necessario scovare il voto di opinione e per trovarlo bisogna guardare ai bacini elettorali più ampi, dove si accendono i riflettori dei media nazionali. Gli appuntamenti probanti di questa primavera erano le elezioni comunali di Palermo, Genova, Verona e Parma.
A Palermo il Partito Democratico non è riuscito neanche a vincere le primarie e svogliatamente ha sostenuto un candidato che al ballottaggio ha perso con quasi centomila voti di scarto contro un personaggio controverso come Leoluca Orlando.
A Genova Bersani&co. hanno sostenuto il candidato di SEL, che alle primarie aveva avuto la meglio sulle candidate democratiche. Ne è scaturita una vittoria tutto sommato annunciata e comoda per il nobile Doria. Dovrebbe far riflettere il segretario però il fatto che tra il primo e il secondo turno il vincitore ha perso quasi 13mila voti, mentre l'antagonista Musso - unico terzopolista a dare segnali di vita in queste elezioni - ne ha conquistati quasi 38mila, segno che forse l'elettorato moderato nell'area democrat scorge una certa subalternità nei confronti della sinistra più radicale e non gradisce.
A Verona ha vinto Tosi al primo turno: la Lega si sfalda ma il PD in Veneto non recupera terreno e sembra nacora fuori sintonia con quell'area del Paese.
A Parma l'ultimo e il più importante capitolo, quello che probabilmente abbassa la saracinesca sulla Seconda Repubblica. Non bastano dieci disastrosi anni di amministrazione filo-berlusconiana per rimettere in gioco il centrosinistra: Bernazzoli al primo turno ha il doppio dei voti di Pizzarotti (34mila contro 17mila), ma al ballottaggio non conquista neanche una preferenza in più (anzi ne perde 600 circa), contrariamente all'outsider grillino che rovescia il risultato grazie a ulteriori 34mila consensi rispetto alla consultazione di due settimane prima.
Bersani insomma, con queste dichiarazioni, pone sé stesso fuori dalla realtà e fa della sua casamatta democratica l'ultimo baluardo della Seconda Repubblica: un partito ancorato al blocco sociale di riferimento, alle sue élites culturali, al consenso delle parti sociali e alla centralità della pubblica amministrazione. Resiste meglio di altri, forse perché più radicato, forse per un senso civico mediamente superiore rispetto a quello dei suoi competitori, ma l'ondata di sdegno nei confronti della corruzione dilagante, degli sprechi di denaro pubblico e dei privilegi della cosiddetta casta non ha risparmiato il partito che della questione morale e della (presunta) buona politica si era fatto fregio.
Oggi il babau berlusconiano sembra finalmente decapitato, l'avversario non esiste più. Contro nessuno il PD spesso non riesce a vincere, forse perché così concepito non ha senso di esistere. E di colpo sul video della conferenza stampa di Bersani cala l'effetto seppia.



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