La recente proposta di riforma del mercato del lavoro ha risvegliato paure e rabbie represse nelle forze conservatrici del nostro Parlamento: il Pd, l’Italia dei valori e la Lega. Il Pdl aveva già provveduto a mostrare la sua ottusità al tempo delle liberalizzazioni.
Il nostro paese si rivolta costantemente quando si cerca di smuoverlo dalla sua condizione di malato terminale: le grida di dolore si levano alte e coprono ragionamenti e dibattiti costruttivi.
Eppure, a guardarla bene, questa riforma non è malvagia: a fronte della cancellazione di una protezione anacronistica e limitata al 10% della forza lavoro (il reintegro dell’articolo 18 è una vera e propria forma di ricatto che scoraggia l’assunzione a tempo indeterminato), vi è una maggiore protezione per le partite IVA. Viene cancellata la cassa integrazione in favore di un sistema che incoraggia il lavoratore a seguire corsi di aggiornamento al fine di ritornare, il prima possibile, sul mercato - e nel frattempo gli garantisce un sostentamento per un periodo di tempo proporzionale agli anni di lavoro svolto.
Questa riforma fa assomigliare l’Italia al Belgio, dove il regime dei lavoratori dipendenti è molto simile a quello prospettato dalla riforma. Lo so per esperienza personale, essendo stato, fino alla settimana scorsa, un lavoratore dipendente con contratto a tempo indeterminato proprio in questo paese.
In Belgio, l’indennità di licenziamento in un contratto a tempo indeterminato è pari - all’incirca - a due mensilità per ogni anno di lavoro prestato. Inoltre, prima di ottenere un contratto a tempo indeterminato, c’è un periodo di “prova” di due mesi nell’ambito di un contratto a tempo “determinato” di sei. Questo sistema è giusto perché consente di assumere un lavoratore nella piena consapevolezza delle sue capacità: in ogni caso, vi è sempre la possibilità di licenziare senza dover fornire particolari motivazioni, previo il pagamento dell’indennità di cui sopra. L’alternativa per il datore di lavoro è dimostrare la “faute grave” - la grave mancanza - del dipendente, e ottenere così di poter licenziare senza indennità: ma è molto difficile. In entrambi i casi, il lavoratore “in mobilità”, ha diritto per un anno ad una percentuale dell’ultimo stipendio - con un minimo e un massimo stabilito per legge.
In generale, sono anche convinto che un rapporto di lavoro debba essere gestito con buon senso reciproco. Io ho deciso di dare le dimissioni dalla mia posizione – rinunciando a stupendio e contratto a tempo indeterminato - perché la pubblicazione che abbiamo lanciato - The Strasbourger - avrebbe potuto potenzialmente essere lesiva degli interessi dei clienti della società. Fossi voluto rimanere, il mio (ex) capo avrebbe dovuto spendere circa 40 mila euro per cacciarmi - oppure affrontare una lunga battaglia legale sulla natura della pubblicazione e sul se rappresentasse davvero un motivo di conflitto per ottenere il riconoscimento della “faute grave”.
Ho preferito rinunciare a soldi e stipendio fisso, anche se non mi chiamo Martone, non ho santi in paradiso e non m’interessa averli.
Io scambierei volentieri la tutela con l’indipendenza e il potere decisionale. Il diritto di essere giudicati - e pagati - per la bravura e non per l’anzianità di servizio. È naturale che ci siano lavoratori che desiderano maggiore stabilità, ma nessuno può né deve considerare il proprio lavoro come una cosa “garantita” per l’eternità.
Nemmeno è possibile continuare a trascurare la bravura del singolo nelle decisioni sul trattamento economico: chi è più bravo deve guadagnare di più, chi lo è di meno deve accettare di guadagnare di meno. L’uguaglianza - intesa come uguale trattamento per tutti - è la cosa più lontana che ci sia dalla meritocrazia. Si può volere l’una o l’altra: non si possono promuovere entrambe.
Viva la flessibilità
- Lunedì 26 Marzo 2012 16:40


