Sun11232014

La spina dorsale

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New York è la capitale mondiale di tutto. Una città che fa storia a sé, orgogliosa e invincibile, tanto che nemmeno quei matti di al-Qaeda ne hanno potuto spezzare la vitalità. I newyorkesi sono raffinati ed esigenti, colti, creativi e con la mente aperta. Tuttavia, 45 minuti di treno sono sufficienti per “tornare” negli Stati Uniti delle case con il giardino sul retro e le aiuole fiorite davanti, delle riunioni di quartiere con i biscotti e il succo di mirtillo, dei vicini di casa che vengono a trovarti per l’ultimo bicchiere la domenica.

È sufficiente prendere la ferrovia che porta a Long Island, quell’isola che si estende a sud-est di Manhattan e che ingloba due quartieri di New York (Brooklyn e Queens). Superata la stazione di Jamaica – e la connessione con l’aeroporto Kennedy – inizia un altro mondo.

Ci sono spiagge che si estendono sulle sottili lingue di sabbia create dall’Oceano. C’è Jones Beach con le sue meravigliose dune, le insenature, il vento dell’Atlantico. Il sistema viario creato dal leggendario Robert Moses – al quale gli assessori alla mobilità di molte città italiane dovrebbero ispirarsi – consente di godere della bellezza dei luoghi senza essere costretti alle gimkane tortuose e alle strade senza uscita di italica memoria.

Sono stato invitato a cena in una sera calda e umida, a casa di una famiglia normale: genitori che lavorano, figli al college o avviati verso una carriera ed in ogni caso, dai 18 anni, già lontani da casa. Prendersi cura dei figli, qui, vuol dire garantirgli un’opportunità di studiare: per il resto, devono badare a se stessi.

A New York ci vanno per una serata o due ogni mese: ci sono le vacanze ai caraibi e i barbecues e poi solo lavoro. Il mondo per loro è una estensione degli Stati Uniti, una propaggine benigna - Europa, Caraibi - oppure una massa di barbari che talvolta premono per entrare nell’impero (i messicani che lavorano clandestinamente nei ristoranti, i guatemaltechi “bravissimi ad usare la lavatrice”) e talvolta invece ne minacciano il predominio economico (Cina, Giappone). Una visione semplice, teneramente razzista e profondamente ignorante: talmente calcificata che sarebbe letale tentare di convincerli ad abbandonarla: come svegliare un sonnambulo.

Eppure, la tentazione di dire loro la verità è forte: che anche loro sono figli di immigrati “clandestini”, venuti dai quattro angoli del mondo a cercare fortuna nel paese che meglio premia l’audacia e l’intraprendenza del singolo. Che essere ricchi, forti e potenti implica la responsabilità di prendere decisioni per il benessere di tutti. Che è giusto mirare sempre al massimo, ma che coloro che non ce la fanno non dovrebbero essere sempre e comunque abbandonati a loro stessi. Ma a parlare sarebbe la mia arroganza culturale europea: se non fossero così educati, forse mi caccerebbero fuori e mi darebbero del saccente. Ed io non sono qui per insegnare ma per imparare.

Ed allora mi chiedo cosa io possa imparare da queste persone. Certamente la cultura del lavoro e del sacrificio, la voglia di non mollare mai, l’orgoglio di avere figli indipendenti e in salute, la felicità per la conquista di un’assicurazione sanitaria, di una casa con un giardino e una piscina.

Ho ammirato la mancanza di domande sui miei natali. Ho goduto della loro genuina e commovente ospitalità, del filetto sul barbecue, dell’ingenua curiosità nei confronti dei miei racconti per loro così divertenti e inusuali. Ho apprezzato il loro entusiasmo nel condividere con me i loro momenti più belli - l’album delle foto di famiglia con le foto del rinnovo dei voti nuziali - e mi sono mentalmente rimproverato di non provare alcun interesse reale per quegli scorci di vita.

Cercare di capire se sia meglio la classe media americana o la classe media europea è un esercizio piuttosto frustrante – forse inutile. I pregiudizi sono da entrambe le parti e molto spesso sono luoghi comuni azzeccati. Il fastidio di chi non riesce a capire come tanti americani votino repubblicano pur sapendo di andare contro i loro interessi è legittimo: ma non bisogna dimenticare che, da questa parte dell’oceano, tutti hanno la speranza di diventare – prima o poi – il famoso “top 1%”.

In conclusione, la domanda “chi è meglio?” resta un rebus senza soluzione. Una cosa però è certa: se la nostra classe media è pronta a rivotare Berlusconi, io mi sento più sicuro da queste parti. 



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