Fri07252014

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a parole con Fini, nei fatti contro il “finismo”

Atto d'accusa contro Futuro e libertà:
a parole con Fini, nei fatti contro il “finismo”

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di Filippo Rossi - Riesce difficile dover discutere con gente che non la dice tutta, gente che si nasconde dietro a una sigla o a un nome senza spiegare come la pensa sul serio su questioni dirimenti. Ma è quel che succede nei discorsi su Fli e dentro Fli: ci sono tanti, oggi, che si possono e si vogliono definire finiani “a causa” degli strappi culturali compiuti dal presidente della Camera; tantissimi, invece e purtroppo, si dicono finiani “nonostante” quegli strappi, come se che quegli strappi non ci fossero mai stati, o come se al massimo fossero stati solo dettagli, incidenti di percorso. 

Ecco il non detto che trucca il dibattito, e che assume l'aspetto della fascisteria; della cultura identitaria strenuamente difesa e quotidianamente diffusa nelle dichiarazioni o nei social network; della nostalgia per le etichette di un tempo e della difesa dell'apparato; della ricerca di alleanze a destra, del tifo per Marine Le Pen, del razzismo strisciante, dell'omofobia sussurrata, del rifiuto della laicità.

Assume la forma di quelle parole a mezza bocca tanto, troppo simili a quelle che si sentivano dentro Alleanza nazionale: «Si vabbè, Fini dice questo, Fini dice quest'altro, ma lo dice solo per fare contento qualcuno: in fondo noi siamo sempre gli stessi...». Con l'effetto paradossale di aver costretto il “finismo” (o meglio, la percezione del “finismo”) a una lenta marcia indietro culturale e politica. Il viaggio in Israele diventa un errore, l'appoggio a Monti un boccone amaro, la Festa della Liberazione un'eresia, l'antifascismo una bestemmia, l'impegno per i diritti civili un vezzo da radical chic.

Tra un congresso e l'altro (in cui a vincere non potevano che essere uomini e donne già in grado di potersi “contare”) il movimento d'opinione ha perso la sua spinta innovativa, ha visto assottigliarsi il bacino di simpatizzanti estranei al mondo della “destra”, ha asciugato il dibattito interno, ha bruscamente interrotto le contaminazioni. E così si è fatto partito, anzi partitino. Una scelta folle, quella di cristallizzarsi e darsi una struttura mentre le altre forze politiche tentano di rinnovarsi e di rinascere. Con la conseguenza che, se il “movimento Fli” ha sconfitto il berlusconismo, il “partito Fli” non ha saputo incassare la vittoria.

Ed eccoci qui, in una situazione ormai insostenibile, per chi a quella “rupture” ci ha creduto e continua a crederci. Sono ormai insostenibili – per chi ritiene auspicabile la confluenza dell'esperienza futurista all'interno di un nuovo, grande progetto nazionale - le resistenze di chi si fa scudo di un simbolo appena nato per difendere un piccolo feudo, per presidiare un microterritorio politicamente sterile e sempre più lontano dalle indicazioni di chi lo ha fondato. Sono insostenibili gli applausi scroscianti riservati ai discorsi del leader, regolarmente osannati e poi regolarmente disattesi e dimenticati.

E dire che Gianfranco Fini era stato chiaro. Non per fare gli “esegeti” - come qualcuno ci etichetta con fastidio - ma solo per amore di verità, varrà la pena di ricordare quel che è stato detto meno di due mesi fa a Pietrasanta. «Non chiamiamoci partito, facciamo i futuristi, navighiamo in mare aperto, andiamo oltre la destra e la sinistra, superiamo le identità, lasciamo le “coperte di Linus”, contaminiamoci con le altre culture politiche della Repubblica...». Parole che stonano con il quotidiano stillicidio di chi mette freni e zavorre al progetto di un partito della nazione, che è l'evidente approdo di Futuro e libertà fin dalla nascita.

Perché – e lo ricordiamo anche qui senza alcun intento di ortodossia, ma solo per fare i cronisti – nell'estate del 2010, dal palco di Mirabello, Fini annunciò che la “traversata del deserto”, appena iniziata con l'uscita dal recinto berlusconiano, si sarebbe conclusa non con una Alleanza nazionale in piccolo ma con un Popolo della libertà in grande.

A vedere però la supremazia dell’identità sul progetto, i rigurgiti nostalgici, l'insofferenza per gli “eretici”, le minacce ai presunti dissidenti (gentilmente invitati a lasciare Fli, se non è di loro gradimento), le tentazioni minoritarie e il settarismo strisciante, si ha l'impressione che per ora sia stato costruito solo un piccolo partito con piccole ambizioni. A parole, con Fini. Nei fatti, contro tutto quel che il “finismo” è stato e può ancora essere.



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