Mon04212014

Back Attualità Attualità Il default dei partiti (e molto altro):
il primo numero del futurista mensile

Il default dei partiti (e molto altro):
il primo numero del futurista mensile

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Il default? È già fra noi. Ma non si parla di economia, di soldi, di spread, di Grecia e di Eurozona. A essere fallita – cosa forse ancor più grave - è un’intera Repubblica. La nostra (forse mai nata) cosiddetta Seconda. Lo vediamo in questi giorni: esattamente vent’anni dopo Mani pulite sui giornali si parla di corruzione, di “favori”, di partiti “marci”. E proprio a loro, ai moribondi partiti più o meno giovani di questo scampolo di storia italiana è dedicata la copertina del primo numero del nostro mensile (potete abbonarvi qui). Come promesso, il futurista ha “cambiato pelle”.  

«Nasce il mensile del futurista: pagine di approfondimento culturale e politico – scrive Filippo Rossi nel suo editoriale - capaci di affrontare molto meglio del settimanale quello che dovremo fare nella prossima stagione politica, capaci di dare maggiore spazio agli approfondimenti culturali, ai tentativi di gettare le basi della nuova politica, della nuova Italia». 

E per gettare le basi della nuova Italia va demolito quel che resta della “vecchia”. Ecco dunque l’analisi del “default” dei partiti. Una carrellata che va dal Pd al Pdl, dalla Lega a Fli, dall’Udc all’Idv. Ciascuno a suo modo, i partiti della Seconda Repubblica hanno fallito la loro missione, o non hanno avuto modo di compierla per limiti strutturali. Come spiega Carmelo Palma, «i difetti del sistema dei partiti non dipendono dal sistema elettorale, ma dalle caratteristiche sostanziali (cioè culturali) del mondo politico. Le pratiche spartitorie, la ricerca di equilibri consociativi e di vantaggi esclusivi, l’intermediazione parassitaria della spesa e della decisione pubblica, la deriva oligarchico-proprietaria della macchina politica, la personalizzazione privatistica del rapporto tra consenso e potere… Sono tutti connotati della Prima Repubblica che sono sopravvissuti ai meccanismi, in teoria maggioritari, della Seconda». Dal Pdl sul quale – come scrive Federico Brusadelli – si è inevitabilmente rovesciata la promessa del “diluvio” post-berlusconiano al Pd che – ci dice Fulvio Abbate – doveva essere un grande partito e invece pare un deserto. Dall’Udc di Casini, fero al bivio (è l’analisi di Marco Damilano) tra la creazione di un “polo in movimento” e la conservazione dell’eterno “Centro immobile”, alla Lega, per la quale nulla c’è da aggiungere alla cronaca di questi giorni. Passando anche per Futuro e libertà che – scrive Claudia Terracina – o riuscirà a essere per davvero un “inedito” nello scenario politico italiano o non avrà ragion d’essere, e per Sel che - dice Giorgio Cavagnaro - ha gioco troppo facile nello "sparare al pianista Bersani".

Uno scenario che – ed è questo il succo della lunga intervista ad Aldo Cazzullo che segue questo “speciale” – è favorevole alla creazione di un Polo (o di un Partito) della Nazione. Una nuova forza che riesca a ereditare l’esperimento montiano, impiantandolo più stabilmente sullo scenario politico italiano. Un grande movimento, chiede Cazzullo, e non certo un “patto tra apparati”.

È quel che scrive Benedetto Della Vedova nel suo commento: «Tutti si chiedono se Monti rimarrà o meno “in campo”. Ma la vera domanda è se – al di là della formula e del nome dei protagonisti – rimarranno in campo la politica riformatrice e, per quel che più mi sta a cuore, un polo riformatore che sappia dare valore e trarre guadagno, anche elettorale, dall’esperienza di questo governo per proseguirla nella nuova legislatura».

Non solo partiti in default, però. Nel mensile si parla anche di molto altro: dal Mediterrano (con un ampio speciale a cura di Francesco De Palo, con un’intervista a Emma Bonino), ai “socialismi traditi” dell’America Latina (Eugenio Balsamo); dalla Francia, con un’intervista esclusiva rilasciata dal segretario dell’Ump Jean-François Copé ad Andrea Verde, alla letteratura “global yiddish” (Elisa Mauro); dall’elogio del progressismo (Federica Colonna, Piercamillo Falasca) al pensiero di Marc Augé (Carmine Castoro); dal “caso Pompei” (Manlio Lilli) alle liberalizzazioni (con un intervento di Linda Lanzillotta). 



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