di Federico Brusadelli - Roberto D’Alimonte, sul Sole 24 Ore, dimostra numeri alla mano che l’unico blocco politico ad essere cresciuto (anzi, più che raddoppiato) con il voto amministrativo è il cosiddetto “centro”. Se il centrodestra ha perso nel suo complesso circa quattordici punti percentuali e il centrosinistra quattro, l’area mediana ha guadagnato quasi nove punti. Certo, si tratta - come spiega il politologo - di una sorta di nebulosa dalla forma variabile, fatta di liste civiche, di partiti e partitini, di tentativi unitari e di corse solitarie.
Per questo il cosiddetto Terzo polo è di fatto uscito sconfitto dalle consultazioni. Per questo Pierferdinando Casini ha subito spiegato che serve andare oltre, molto oltre (ribadendo quanto espresso anche da Gianfranco Fini prima del voto). Ma l’insuccesso di un “assente” - per dirla con Benedetto Della Vedova - come il Terzo polo non significa la sconfitta di quell’idea, di quella scommessa. Anzi: segnala l’urgenza di concretizzarla in modi più stabili ed efficaci, per trasformarla in un patrimonio politico che aspiri a guidare il paese anche negli anni a venire. Anche perché laddove l’assente si è manifestato con un volto coeso, i risultati sono stati tutt’altro che negativi.
Lo sottolinea Adesso, il webmagazine di Futuro e libertà: «Si pensi a Genova, dove il candidato terzopolista, Enrico Musso, è arrivato col suo 15 per cento al ballottaggio, lasciando l'esponente piediellino addirittura dietro l'uomo dei grillini. O anche, nel Lazio, sia a Frosinone sia a Rieti. Nel capoluogo ciociario è infatti il candidato sostenuto da Pd e Terzo Polo, Michele Marini, a giocarsela al ballottaggio col pidiellino Nicola Ottaviani. E nel capoluogo sabino il candidato del Terzo Polo, Silvio Gherardi, si è attestato – pur arrivando terzo – con un 22 per cento di voti».
Stupisce, dunque, il rinvigorirsi - anche dentro Futuro e libertà - dell’idea di mandare tutto all’aria, di ritirarsi in un cantuccio solitario, di “radicare” una piccola forza politica indipendente e aspettare che il tempo porti raccolti migliori. Una tentazione irrobustita dalle parole fraintese di Pierferdinando Casini sul “superamento del Terzo polo” e nutrita di nostalgie e rivalse identitarie, in cui si manifesta ancora una volta quel “grande equivoco” su cosa sia e debba essere Futuro e libertà.
La debolezza del Popolo della libertà, ormai al lumicino, e lo spostamento a sinistra del Partito democratico rendono il momento confuso, gravido di incognite ma anche di opportunità. E la riapertura dei giochi sulla riforma della legge elettorale rende il quadro ancora più liquido. Come scrive D’Alimonte «la fine del ciclo berlusconiano ha aperto il mercato elettorale; ci sono milioni di elettori disponibili a cambiare le loro scelte di voto, ma l’offerta di nuovi “prodotti” è praticamente inesistente».
Dunque lo spazio per una Kadima italiana, per un grande movimento che sappia interpretare questa fase di transizione post-ideologica e getti un ponte verso la nuova Repubblica, c’è eccome. A decidere poi se questa forza sarà il “centro” di un sistema poli-partitico o uno dei due poli di un nuovo (e migliore) sistema bipolare, e se in tal caso ne sarà la parte destra o la parte sinistra, saranno il sistema elettorale e i destini delle forze concorrenti. Sarà la storia a decidere la “geografia”, e non viceversa.


