Quando ho scelto il titolo di questo blog “Memorie dal seminterrato”, gentilmente ospitato dal Futurista, non è stato solo un ironico omaggio al grande Dostoevskij, ma proprio il dispiegamento uno stato d'animo. Appartengo a una generazione, se non paleolitica, diciamo d'altri tempi. Ad altri tempi apparteneva anche Lucio Magri, intellettuale rigoroso, fondatore del Manifesto, che se n'è andato per sua scelta, optando per il suicidio assistito in una clinica svizzera. Non voglio commentare la “scelta”, che è sua, appartiene alla sfera di discrezionalità di ciascun essere pensante, né alimentare il dibattito pro-contro la “dolce morte” che in un Paese come il nostro rischia di diventare, more solito, un ring tra opposte fazioni, voglio solo commentare un modo di vivere la politica, l'impegno, di una persona come Magri rispetto a come si è vissuta la politica negli ultimi anni. E Magri non era certo un bacchettone, definito il “comunista da salotto”, animò le cronache mondane dell'epoca: il suo affaire con la Marzotto, dipinto a tinto fosche dal rivale Guttuso, fece la gioia dei tabloid scandalistici, quasi come le escort del Cavaliere. Eppure, classe 1932, dagli anni '90, smette di fare politica attiva, dedicandosi solo a scrivere sul suo giornale e pubblicando un libro “Il sarto di Ulm” nel 2009. Se pensiamo che nel frattempo Berlusconi di appena 4 anni più giovane, impazza incontrastato (sino a un paio di settimane fa) al governo del Paese e Andreotti, arzillo novantaduenne, siede ancora sugli scranni di Palazzo Madama, ci rendiamo conto che non è solo questione anagrafica. Magri, ma anche Pintor, cofondatore del Manifesto, anch'egli parlamentare del Pci prima della “radiazione” causa frazionismo, abbandonano senza particolari rimpianti la “politique politicienne”, il potere e la “poltrona” non fanno per loro. “Servabo” il titolo di uno splendido libriccino di Luigi Pintor, servirò, sarò utile. Ecco, loro, i Magri, i Pintor, ma anche gli Almirante resteranno, anche se sconfitti dalla storia, “nella” Storia. Degli ominicchi, come li definiva Sciascia, dei quaquaraquà, che animano la scena politica dei nostri tempi, degli Scilipoti per intenderci, fortunatamente non resterà alcuna traccia, un velo di oblio pietoso li cancellerà insieme alle loro misere e inutili esistenze.


