Fri09192014

Back Economia Economia Default, spread e incertezze: è la recessione, bellezza

Default, spread e incertezze: è la recessione, bellezza

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di Francesco De Palo - Chi sarà il prossimo? Non è certamente imputabile ad alcuna Cassandra il contagio che nell’Ue si sta verificando. Non fosse altro perché la Bundesbank è direttamente collegata alle economie di quei paesi che hanno chiesto ed ottenuto un mucchio di denaro in prestito. E oggi, dopo lo schiaffo di Moody’s alla Germania, il dubbio si sta insinuando anche all’interno della classe politica teutonica. Quando l’economista tedesco Wolfgang Franz chiede alla cancelliera di agire in fretta, infrange un tabù continentale e comunicativo che per troppo tempo è rimasto immutabile, sin da quando (ma anche prima) la crisi ha cominciato a muovere i primi passi. Nessuno è immune da un sisma finanziario di tali proporzioni.

Semplicemente perché il contagio è nel novero delle possibilità; e, oggi, anche delle certezze matematiche, come dimostrano i casi Cipro, Spagna e Portogallo, a cui potrebbero seguire anche altri illustri membri della famiglia europea. Il docente teutonico che presiede il consiglio dei cinque saggi a supporto per l’economia del governo, ritiene che frau Angela dovrebbe chiarire al più presto a cittadini tedeschi ed europei che un default ellenico (che tecnicamente esiste già) avrebbe ricadute chirurgiche anche su Berlino. Inoltre proprio in questa direzione vanno lette le parole del governatore della Bce Mario Draghi. Nel suo intervento alla Global Investment Conference di Londra (a cui un attimo dopo lo spread ha risposto scendendo e le borse salendo) dice che negli ultimi sei mesi l’area euro ha mostrato progressi straordinari. E ancora, l’Eurozona è molto più solida di quanto si pensi, in riferimento ai livelli aggregati di deficit e di debito pubblico che «sono molto più bassi di quelli statunitensi » e alla coesione sociale all’interno dell’Eurozona «più forte che in qualsiasi altra parte del mondo».

Le cronache industriali, meglio di analisi e valutazioni, offrono il quadro esatto della situazione. Alcatel, il gruppo di telecomunicazioni che impiega 78.000 persone, ha perso 254 milioni di euro nel secondo trimestre del 2012. Per questo ha annunciato il taglio di 5.000 addetti in tutto il mondo per il 2013, realizzando un risparmio di poco più di un miliardo di euro (come ammette a Liberation l’amministratore delegato Ben Verwaayen) ma di fatto incrementando il volume dei disoccupati da crisi.  Senza dimenticare i numeri inglesi. Da cinquant’anni a questa parte i rilievi industriali della Gran Bretagna  non avevano mai fatto segnare il “meno” del 2012 e da un momento all’altro si attende il “verdetto” di Moody’s anche per Londra. Nonostante ciò l’inquilino di Downing Street invita ad investire in Gb, anche se il Pil è ormai in caduta libera. Segno che, anche se lo si è metabolizzato in ritardo, il continente è un’unica famiglia. All’interno della quale certamente coesistono i primi della classe con i somari, ma nella consapevolezza (ci si augura maturata defi nitivamente) che il miglioramento complessivo produce effetti per tutti. E quando Draghi sottolinea con chiarezza imbarazzante che «siamo pronti a fare tutto quello che serve per l’euro» forse si riferisce proprio a questo concetto.

Twitter@FDepalo



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