Un dirigente della Cgil, avviandosi una settimana fa alla riunione del direttivo organizzata per formalizzare il no alla riforma del mercato del lavoro e la proclamazione degli scioperi, confessava: «Il problema della Cgil è che, sul momento, magari può avere anche mille ragioni per opporsi alle riforme, ma in realtà, col senno di poi, è spesso in ritardo». Eppure la Cgil, ben 27 anni fa, aveva caldeggiato una riforma del lavoro simile a quella contro cui oggi è pronta a salire sulle barricate. Era il 1985 e l’allora segretario della Cgil, Luciano Lama, votò insieme a tutti gli altri sindacati della commissione lavoro del Cnel la proposta di riforma dell'articolo 18.
Un documento frutto di tre anni di lavori in gran parte coordinati dal padre dello Statuto stesso, Gino Giugni, e che doveva essere trasformato in una proposta di legge al parlamento. Ma non se ne fece più nulla per la contrarietà degli imprenditori, come ricostruisce l'ex sindacalista Giorgio Benvenuto.
Nel documento si mettevano all'indice il sovraffollamento di norme che creano delle sperequazioni irrazionali di trattamento, perfino la possibilità di trattamenti radicalmente diversi per lo stesso lavoratore. Vi era poi l’urgenza di riportare l'obbligo di reintegra allo spirito iniziale dello Statuto, limitandolo ai licenziamenti viziati per forma e alla discriminazione, ma estendendo questa tutela anche ai lavoratori delle imprese con più di 5 dipendenti al tempo esclusi.


