Fri11282014

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Storia di "Partito", un malato terminale

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Tutti in cerca della Politica, quella con la P. Una ricerca affannosa di qualcosa che non c’è: la politica è morta.
La lingua italiana gioca la carta dell’ironia, legando tra loro, con la stessa iniziale, politica, partito, potere, partecipazione, passione e presenza. Un gruppo eterogeneo di termini che dovrebbero essere accomunati dalla tensione verso la polis, altra p. Ma, come si dice in certi casi, c’è una talpa. Forse due.
Come gli animali che difendono la pozza d’acqua quasi esaurita, la maggior parte degli appartenenti al mondo politico difende a spada tratta la propria repulsione nei confronti dell’antipolitica che pare dilagare, in difesa del proprio elettorato e dei propri voti, fonte prima ed ultima di sopravvivenza.
Il filo logico nella lingua italiana esiste: la politica è fatta dai partiti, che attraverso la passione che porta alla partecipazione riescono ad essere presenti per la gestione di un sistema di potere.
Il tappo salta, tuttavia, quando il vaso di Pandora (altra p) che sono diventati i partiti esplode, contenitore incapace di avere al proprio interno passione e partecipazione, in nome esclusivamente di un protezionismo (ennesima p) autoreferenziale, il quale, idealmente, dovrebbe di per sé solo essere garante della conservazione del potere.
Muore la politica, allora, per colpa dei partiti. Rectius, per colpa dell’organizzazione dei partiti.
L’autoreferenzialismo alla ricerca del potere fine a se stesso si traduce nell’esaltazione di due soggetti: l’arrivista vuoto ed il rappresentante pieno.
Se il primo è il soggetto che, dotato di forti ambizioni esclusivamente personali, esalta il vuoto assoluto dei propri contenuti inversamente proporzionali alla loro utilità, il secondo, in primis legittimando di fatto l’arrivista vuoto in secundis in quanto portatore di schemi generalmente a lui propri derivanti da un’appartenenza pregressa, concorre in egual modo a portare la realtà di cui pretende di essere riferimento all’appiattimento, realtà alla quale si è avvicinato pieno di preconcetti ormai atavici derivanti dalla precedente appartenenza di cui sopra.
Da tutto questo, nasce la più grande e pericolosa contrapposizione di lettere: le persone contro la politica.
Dei cinque termini sopra detti che dovrebbero costituire la politica, sono “saltati” quelli a riferimento umano: la passione e la partecipazione sacrificati sull’altare dei partiti.
Allora, forse, l’antipolitica è nient’altro che la politica scevra dei termini apersonali. In altri termini, la tanto avversata antipolitica è forse la politica senza i partiti.
E le recenti elezioni amministrative ne sono state emblematico simbolo: senza voler esaltare niente e nessuno, vince chi fa della politica una dimensione più “umana”. Vince chi capisce che la rappresentanza è stata irrimediabilmente cambiata dalla storia.
L’appartenenza necessariamente collegata alla fidelizzazione al voto è il tripudio delle illusioni.
Il successo del Movimento di Grillo è basato, oltre che per i motivi esposti, anche su alcune regole che da sempre, fin dalla nascita, Futuro e Libertà avrebbe identificato come fondanti il proprio essere: movimento, non partito; partecipazione, non ruoli; aggregazione, non identità.
Insomma, se può essere certamente discutibile il chi e il cosa, il come è stato centrato in pieno.
Parafrasando all’attuale un vecchio concetto, “o si pensa agli italiani o si muore” (politicamente).



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