di Francesco De Palo - Finalmente è stato dato un segnale, ragiona con il futurista il vicepresidente del Senato Emma Bonino: l’Europa c’è, gli Stati Uniti d’Europa sono più vicini del previsto. Parola di chi, federalista continentale, lo è da sempre.
Stati Uniti d’Europa: più vicini all’indomani dell’eurovertice di Bruxelles?
Per chi, come me, ha preferito non caricare il vertice di eccessive aspettative obiettivamente non può dirsi deluso. Certo, non è stato un vertice storico ma nemmeno un vertice inutile se non dannoso, come tanti altri in precedenza che spesso avevano generato prospettive inconsistenti.
E va considerato che le posizioni negoziali pre-vertice erano divaricate al punto da rendere un risultato positivo tutt’altro che scontato. Risultato che indubbiamente invece c’è stato: al di là dei contenuti la cui formulazione tecnica è ancora tutta da verificare, si è vista una manifestazione di coesione e di determinazione per una volta nell’interesse generale dell’Europa. Insomma, è stato finalmente dato un segnale: l’Europa c’è, seppure la visione che si è data rimanga troppo limitata, almeno per una federalista come me. Registro difatti che sull’unione politica, o quello che io preferisco chiamare gli Stati Uniti d’Europa, le distanze che separano gli stati membri sono ancora grandi. Ma forse è anche improprio pensare che il salto di qualità debba venire unicamente dal Consiglio europeo, con i suoi abituali distinguo post-vertici poi. C’è da aspettarsi qualcosa in più dal Parlamento europeo, finora piuttosto assente, il quale, con il sostegno dei parlamenti nazionali, dovrebbe dare il proprio impulso al processo d’integrazione, mobilitando l’opinione pubblica e spingendo per un radicale rafforzamento delle istituzioni europee.
Potranno il principio politico-culturale della comunione e quello sociale della solidarietà intrecciarsi per dare vita a ciò che è stato auspicato dal manifesto di Ventotene?
Nel Manifesto di Ventotene c’era l’indicazione di un demoseuropeo che superasse ideologie e nazionalismi per andare ad identificarsi con strutture democratiche a livello sovranazionale e di un’Europa non come progetto geografico, né tanto meno religioso, ma eminentemente politico e, per questo, in perenne costruzione. Io rimango di fondo una spinelliana ma sono la prima a dire che il Manifesto di Ventotene ha bisogno di essere adattato alle realtà del 21° Secolo. Oggi vedo spuntarmi attorno tanti nuovi federalisti europei per “necessità”, mentre io lo sono da sempre e per “convinzione”. Comunque sia, parlare di un’Europa federale adesso non è più un tabù e questo è già un bel risultato.
Cosa impedisce una politica fiscale e bancaria unica nell’Ue?
Lo impedisce il fatto di pensare che ci possa essere una moneta unica senza avere un’entità statuale o pre-statuale alla spalle, una tesoreria unica, una Bce dotata di poteri progressivamente equivalenti a quelli della Fed. Da una parte questo è dovuto alla sopravvivenza di un “sovranismo” ormai superato e inconciliabile con il buon funzionamento dell’eurozona, dall’altra dal dogmatismo
che vede nell’etica del rigore l’unica risposta. Per questo penso sia importante che le conclusioni positive del vertice vadano abbinate al documento Van Rompuy, Barroso, Draghi e Juncker che ragiona sulla prospettiva a medio termine di unione politica: le misure di emergenza e quelle di crescita che servono a rasserenare i mercati hanno senso e avranno un’efficacia duratura solo se faranno parte di un progetto unico di grande respiro politico. Anche per questo è importante che ognuno continui a fare la sua parte. Per l’Italia questo significa una riduzione drastica della spesa pubblica, vere privatizzazioni, ulteriore apertura dei mercati, risolvere alcuni cronici squilibri e affrontare con determinazione il collasso dell’infrastruttura “giustizia” che è il primo dissuasore per gli investitori stranieri.
Molti leader politici hanno colto l’occasione degli europei per incontrare Yulia Tymoshenko. Non sarebbe stato più coerente non celebrarli lì?
Al di là della valutazione politica sull’operato della Tymoshenko, è chiaro che la detenzione di un leader dell’opposizione sulla base di accuse di “regime” tutte da dimostrare sia sempre inaccettabile. Ma credo che la denuncia avrebbe avuto più forza e credibilità se fosse venuta da un paese che, diversamente dal nostro, non fosse schiacciato dal peso di dieci milioni di procedimenti pendenti che l’annoverano tra quelli più sanzionati dalla Corte europea sui diritti dell’uomo in materia di giustizia, in particolare per quanto riguarda l’irragionevole durata dei processi e le condizioni carcerarie degradanti ed illegali, e che, grazie ad un’anomalia solo nostra, vede il 42% della popolazione penitenziaria in attesa di giudizio, di cui la metà - dicono le statistiche - sarà riconosciuta innocente. Va bene ergersi a paladini dello stato di diritto ma forse meglio avere le carte in regola per poterlo fare in maniera convincente.
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