Wed09172014

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Grecia, tra altre tasse e dracma

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Altro che patto della crostata, ad Atene due sere fa è andato in scena l‘accordo del carpaccio, dal menù che il premier Samaras e il ministro dell’economia Stournaras hanno offerto al presidente della Commissione europea Manuel Barroso (e poche ore dopo una mini crisi nella maggioranza su come procedere con i tagli). Con la differenza che se accordo c’è stato, condito da tonno ellenico, verdure e vino del Peloponneso, è stato siglato senza l’assenso del protagonista principale, quello che ci metterà la faccia e la sostanza: ovvero il popolo greco. Gli emissari della troika ad Atene stanno certificando la non onorabilità dei prestiti da parte della Grecia, come testimonia il miliardo e mezzo di euro che manca all’erario ellenico rispetto al programma originario. E come da tempo segnalano report e analisi di economisti ed esperti: di quattro euro che da Bruxelles arrivano nell’Egeo, ben tre vengono restituiti sotto forma di interessi, si comprende bene come, con tali premesse, non possa esserci la benché minima speranza di una ripresa. Anzi, stando così le cose, tutti gli indicatori danno il paese in caduta libera, con il default tecnicamente già avvenuto, con ampie possibilità di uscire dall’eurozona e con una sorta di sondino artificiale (made in Bundesbank) che alimenta ancora forzatamente un paese morto.
 
 
Ma la tranche da 11,5 miliardi di euro, quella che consentirebbe alla Grecia di andare avanti ancora per un po’, aumentando la mole di debito che ha contratto con Bce, Ue e Fmi (oltre che con le banche francesi e tedesche) è vincolata al rispetto dei parametri imposti dal memorandum della troika, la cura che i rappresentanti europei hanno scelto di disporre per il malato grave ellenico. Con la conseguenza, però, che la malattia non regredisce, né di arresta. Anzi, dopo due anni peggiora vistosamente di mese in mese, e di report in report come certificano i tre emissari della troika ribattezzati i cavalieri dell’apocalisse europea. Ma anziché provare a cambiare cura o addirittura medico, paziente e specialista scelgono di raddoppiare la dose: e far pagare ai cittadini i mancati introiti dello stato. Un meccanismo perverso e ingiusto, che non fa altro che avvicinare quella macelleria sociale già realtà definita, come dimostrano i 255 suicidi da crisi nel solo 2012.
 
In questo senso va letta la nuova manovra che i tre partiti che sostengono il governo Samaras (conservatori di Nea Dimokratia, Socialisti del Pasok e Sinistra democratica del Dimar) dovrebbero concordare per dare alla troika quel miliardo e mezzo di euro che manca all’appello e che non è stato riscosso per deficienze strutturali dell’agenzia delle entrate, per le mancate privatizzazioni e per il semplice fatto di aver ritardato di dieci mesi l’attuazione del piano causa doppia tornata elettorale. Dove trovarli? Nel luogo più semplice: pensioni, salari, indennità. A cui fa da grottesca cornice la dichiarazione congiunta dei tre leader secondo cui, all’interno di questa manovra-bis, non vorrebbero indebolire le fasce deboli, quelle categorie che nel paese sono scomparse semplicemente perché sono state sostituite dal termine povertà: senza tetto raddoppiati ad Atene nel giro di sei mesi, record dei paesi Ocse per bambini sottopeso nella capitale, ricomparsa di fenomeni d’annata come bambini abbandonati in chiese e monasteri da genitori indigenti e bimbi che si “accasciano” a scuola per mancanza di un’alimentazione corretta.
 
Ecco la fotografia sociale della crisi greca, a cui la politica sta rispondendo con i sorrisi di circostanza negli incontri con la troika, o in quel pranzo offerto a Barroso dove pare si sia anche scherzato e con il sarcasmo del titolare delle finanze, Stournaras. Che, sollecitato da Barroso sul fatto che avrebbe preferito il socialista Venizelos in quel delicatissimo incarico, ha replicato di avere sulla propria testa addirittura due troike: una normale e una di tre teste, facendo esplicito riferimento ai tre partiti della coalizione di governo.
 
Proprio dall’esecutivo però iniziano a giungere primi spifferi di instabilità e soprattutto tra i socialisti del Pasok, i cui dirigenti si dice non siano soddisfatti nel merito delle misure adottate da Samaras. Durante un incontro notturno tra Samaras, Venizelos e Kouvellis sarebbero emerse difformità di vedute su come attuare l’ennesimo prelievo dalle tasche dei cittadini. I provvedimenti sarebbero troppo incentrati sui tagli tout-court, con la cronica assenza di ammortizzatori sociali per disoccupati e cassintegrati, oltre ai ritardi in seno alle privatizzazioni. Tutti elementi che non solo fanno perdere consenso ulteriore ai partiti, ma che mettono in ginocchio un paese allo stremo. In molti sono infatti pronti a scommettere che il primo settembre ci saranno nuovi e più imponenti scioperi, guidati dal radicale Alexis Tsipras magari in accoppiata con qualche fuoriuscito della coalizione governativa (si fanno giài nomi di almeno tre deputati socialisti che di dissocerebbero dall’appoggio al governissimo) che potrebbero pregiudicare la sopravvivenza stessa dell’esecutivo. Qualche commentatore si spinge anche a pronosticare un Pasok a rischio implosione interna, circostanza che potrebbe essere anticamera di una crisi di governo pericolosissima già in autunno.
 
Una situazione che potrebbe portare non solo a ripercussioni interne legate a un’ennesimo rischio-elezioni, ma con precisi riverberi in seno all’eurozona. A cui fanno da sfondo le note che la cronaca offre in questi giorni, come la proposta tedesca di far circolare all’interno della Grecia un doppio sistema valutario, per evitare gli effetti negativi di un ritorno improvviso alla dracma. Con un sistema che recepirebbe euro e la nuova dracma, come dal rapporto pubblicato dal quotidiano finanziario Handelsblatt. E al fine di migliorare la competitività del paese, scrivono gli economisti berlinesi (tra cui l’ex Deutsche Bank Thomas Mayer, pil docente di economia alla Mannheim University Roland Faoumpel e il presidente dell’Associazione federale delle medie imprese Mario Ochoven) pagando gli stipendi e le pensioni in dracme, il cui tasso di cambio contro l’euro è fluttuante, con la valuta nazionale ovviamente svalutata.
 
O come l’emergenza ambientale nella regione dell’Attica, la più popolosa del paese con il 50% dei cittadini ellenici che vi risiedono. Dove i comuni non pagano più i fornitori per il ritiro della spazzatura e il rischio “Napoli” si fa drammaticamente concreto. O come l’agitazione nella nota fabbrica Kalivurgia, dopo che erano state piazzate addirittura le teste di cuoio dell’esercito per far fronte a una situazione incandescente: con posti di lavoro a rischio e tanta agitazione, finanche nei meandri più intimi di un paese sempre più allo stremo.
 
Fonte: Il Fatto Quotidiano del 31/7/12
Twitter@FDepalo


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