Wed09032014

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All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne

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Elezioni amministrative 2012. Ecatombe della politica, aurora delle “ali”, forze estreme, antisistema, diverse (anche se non molto dissimili dal loro antesignano e padre nobile, la buonanima di Guglielmo Giannini) muscolari, politicamente scorrette, volutamente non identificabili nel panorama politico esistente. È nata la Terza Repubblica. È nata nelle urne, dove è morta la politica. Poniamo una prece per lei, per le bandiere di partito, per gli urlatori da comizio, per chi – imperterrito e indefesso – continua a spacciare per vittoria, per punto di partenza da cui ricominciare, per «ce l’avevamo quasi fatta, poteva andare meglio, ma non molliamo, #andiamoavanti» una sonora sconfitta. I politici di professione ormai non si rendono più nemmeno conto delle castronerie che vanno dicendo. E lottano come gladiatori per conservare partitini ridicoli, insignificanti, dove tentano in tutti i modi di crearsi un posticino tranquillo, all’interno del quale sopravvivere, vivacchiare, tronfi del nulla che rappresentano. Perché la rappresentanza, per loro, è un cruccio tremendo: gli altri valgono zero, gli altri non sono nulla, per loro. A condizione però di rimangiarsi tutto, il giorno dopo le elezioni, nel quale non hanno il coraggio nemmeno del mea culpa. Dentro l’urne rimangono le ceneri dei partiti, spocchiosi, tromboni, tracotanti, che si fanno vanto di percentuali irrisorie in paesini minuscoli. Il Popolo della libertà potrebbe festeggiare solo per il trionfo di Lecce, dove Paolo Perrone ha vinto a mani basse, con un plebiscito, supportato dalla regina della Firenze del Sud, Adriana Poli Bortone. Ma i pidiellini – non lo sanno, e se lo sanno non lo ammetteranno mai – che Perrone e Poli Bortone, a Lecce, avrebbero vinto comunque. Anzi, hanno vinto nonostante il Pdl. La vera sconfitta, a prescindere dai risultati e dalle amministrazioni che si andranno a formare, è della politica, che deve fare i conti con se stessa, con la mancanza di risposte, con la realtà dei fatti, che la vede annaspare tra la melma di una palude che essa stessa ha creato. Nel celebrare il funerale dei partiti, speriamo vivamente di non dover pensare già a quello dell’Italia.



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