Intervista a Giuseppe Aloe, finalista al Premio Strega con “La logica del desiderio”
Giuseppe Aloe è uno dei dodici finalisti dell’ambito Premio Strega, il suo libro “La logica del desiderio” edito dalla casa editrice romana “Giulio Perrone Editore” è un ottimo libro, che scioglie e segue con maestria i tanti dubbi esistenziali che spesso ci portiamo dietro. E’ una presenza nuova ed anomala quella di Aloe in una manifestazione così importante perché i temi che tratta nel suo libro spesso sembrano perdere centralità nel dibattito culturale quando in realtà sarebbero la panacea dei mali dell’uomo moderno e perché la sua casa editrice sembra essere finalmente la realizzazione materiale che è possibile costruire un’editoria indipendente e di qualità, senza troppi compromessi, logica che nel mondo editoriale italiano, è un’eccezione.
Arrivi in finale del Premio Strega con “La logica del desiderio” un romanzo sui generis, con una grande capacità narrativa e poliedrico nella forma, dove un giovane di 24 anni passa la sue giornate a tentare di correggere un libro che gli reca molte dannazioni, quanto c’è di tuo in questo protagonista?
Di me c’è il senso dell’attesa. L’idea del tempo che non passa mai invano. Che le idee, i sentimenti, le percezioni anche di un passato remoto, e sostanzialmente, dimenticato, stiano ancora vivendo, e anzi spingano verso mutamenti, quasi impercettibili ma che impongono nuove visioni. Il fatto è che ce ne accorgiamo solo dopo che questi cambiamenti sono avvenuti. Cerchiamo di ricostruire la strada, a ritroso, ma spesso ci perdiamo i riferimenti, gli episodi, le occasioni. C’è il senso dell’attesa, quindi, ma c’è anche una dei miei vizi: prendere un dattiloscritto di molti anni fa, leggerlo, fare delle correzioni e rimetterlo nel cassetto.
A cosa è servito? Sostanzialmente a niente, mi è solo servita questa a far trascorrere un paio di ore
La nostra società figlia della crisi dei valori sembra perdere le proprie giornate dietro la “logica del profitto”, quanto è in antitesi la “logica del desiderio” con lo status quo attuale?
La logica del profitto ha un senso, che io posso non condividere, ma c’è. La logica del desiderio è un ossimoro. Una contraddizione in termini. Qualcosa che in natura è inesistente. Il profitto è il sistema in cui siamo inseriti. Certo alcuni lo contestano, ma poi a guardare bene, ne approfittano. Faccio notare che nel verbo approfittare, la parola profitto è decisiva. Il desiderio è invece un moto, molto spesso ingovernabile, che ci riempie ci svuota continuamente.
“La logica del desiderio” è un romanzo che coniuga realtà e immaginario, cosa significa scrivere d’amore oggi?
Oggi, come in passato, scrivere d’amore significa rimanere invisibili. Creare trame flebili, quasi irriconoscibili. Lasciare che i rapporti fra i personaggi crescano senza eccessiva pressione. Ma c’è un motivo per questa trama leggera. Quando si scrive d’amore, è l’amore stesso la trama. È un impulso così tirannico che non lascia spazio ad altro. Se noi costruiamo una trama forte su questo argomento, ecco che il libro devia, sbanda, si perde. Ruzzola via.
Mi ha colpito nel libro la differenza tra il padre, che compie lunghi tragitti e il figlio abituato all’essere stanziale, quasi immobile, è forse una metafora del rapporto tra diverse generazioni?
Non è una differenza di generazioni ma di propensioni. Nella diversità delle propensioni generazionali nascono i rapporti fondanti delle famiglie. Il rapporto fra padre e figlio, nel mio romanzo, è lineare, amorevole, equo. Questo status nasce proprio dalla loro profonda dissomiglianza. Per il fatto insomma, che le loro propensioni non coincidono.
Il Premio Strega è certamente un punto di arrivo importante per la vita di uno scrittore, come vivi tutto questo e quali sono le percezioni positive che hai riportato in questi primi giorni e con quale spirito affronti questa competizione letteraria?
Inizio dalla fine: affronto questa competizione letteraria, come dici tu, con una certa serenità. Con la consapevolezza di essere apparso su una scena imprevista. Certo la sera in cui hanno diramato la lista dei dodici finalisti, ho fatto il classico “salto sulla sedia”, ma era un salto di felicità. Quando l’ho detto a mio figlio, che se ne stava sdraiato sul divano, vedendomi così felice, ha alzato le braccia verso il soffitto, come se avesse segnato un magnifico gol in “zona Cesarini”.


