di Filippo Rossi
«Lo spread non cala, Monti non serve a nulla, i professori hanno fallito, ci vuole ben altro, serve un ritorno alla politica...». Per mesi, fin dal giorno dell’addio di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, Daniela Santanchè è andata di talk show in talk show, di intervista in intervista, a ripetere il suo mantra. I berlusconiani duri e puri - soprattutto provenienti dalle parti di quella che era Alleanza nazionale - non hanno mai digerito il “tradimento” del 14 novembre e l’arrivo al governo dell’ex commissario europeo. Una sparuta minoranza di urlatori all’interno di un arco politico - quello dell’attuale maggioranza - che ha subito scelto, invece, di sostenere l’esperimento di unità nazionale e dare piena fiducia a quella che ancora oggi è l’ultima àncora di salvezza per un paese sull’orlo del baratro.
Ma i mesi passano, e il richiamo della foresta di chi sente odore di elezioni si fa irresistibile. E così ecco che le argomentazioni alla Santanchè iniziano a prendere forza, a diffondersi, a insinuarsi in tutte le forze politiche. Il Pdl (o quel che ne resta) irrobustisce il quotidiano attacco mediatico a Monti e la sindrome del “tiro al bersaglio” contro il premier e i suoi ministri colpisce sempre più esponenti, a destra, a sinistra e persino all’interno della galassia terzopolista.
Appare chiaro che si tratta di un tentativo (peraltro irresponsabile) di propinare agli italiani la pillola dell’oblio. Concentrarsi sui presunti fallimenti di Monti e sui limiti della sua azione di governo per far dimenticare agli italiani le mostruose colpe che ricadono sulle spalle di una classe politica francamente imbarazzante. Cercheranno di riscattarsi così, con mesi di campagna elettorale antimontiana, sperando che il velo del tempo (e della propaganda) si stenda su tutto quel che c’è stato prima di Monti e su tutto quello che ci sarebbe potuto essere al posto dei tanto odiati professori. Ci riusciranno? Sinceramente, sembra difficile.


