Thu10232014

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i limiti di oggi,
lo strappo
di domani

Futuro e libertà:
i limiti di oggi,
lo strappo
di domani

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di Filippo Rossi

«Per anni abbiamo detto ai partiti: giù le mani dalla Rai. Questo è successo», diceva qualche giorno fa a la Repubblica Angelo Guglielmi, storico direttore di Raitre, commentando le nomine del governo Monti ai vertici della televisione pubblica. Un successo non da poco, quello del premier. Liberare viale Mazzini dal giogo feudale delle forze politiche, riportare al centro la competenza e non l’appartenenza, slegarsi dalle logiche spartitorie che - non solo alla Rai - hanno portato solo disastri. Per questo, sinceramente, ci aspettavamo un po’ più di esultanza da parte di quei soggetti che, come Futuro e libertà, invocano da mesi la fine della partitocrazia e la nascita della Terza Repubblica. Piaccia o no, la Terza Repubblica sta nascendo sotto lo sguardo di Mario Monti, nel nome di un “patriottismo repubblicano” con cui si chiede alla politica di rispondere alla crisi con responsabilità e con pragmatismo, abbandonando le armi della propaganda, del qualunquismo, della retorica fine a se stessa.

Per questo, il fatto che giorno dopo giorno si irrobustisca la tentazione di imboccare la via del tanto peggio tanto meglio, della campagna elettorale permanente, dello strillo antimontiano (quasi con gli stessi toni e gli stessi accenti usati quando a Palazzo Chigi c’era Silvio Berlusconi...) è uno dei tanti segnali che qualcosa si sta inceppando all’interno del movimento finiano. Urlare contro “il governo dei poteri forti”, o anche solo prendere le distanze in maniera felpata, non porterà da nessuna parte, né politicamente né elettoralmente: il campo degli “sfascisti” è già troppo affollato (e ne sanno qualcosa Lega e Idv, ridotte ormai a copia sbiadita del grillismo), laddove quello dei “riformatori” attende ancora con ansia di essere interpretato e rappresentato.

Dunque la tentazione di smarcarsi è un segnale d’allarme che va di pari passo con la difesa più o meno esplicita dell’apparato, con l’apoteosi della “strutturazione” sul territorio, con lo spargimento di tessere e di congressi, di nomine e di correnti. E con l’esultanza per il ritorno della parola “destra” nel vocabolario del presidente della Camera (ma “quale destra” intenda Fini pare interessare a pochi, purtroppo): in molti, in troppi, hanno deciso - magari senza accorgersene, o forse in piena coscienza - di costringere il cosiddetto “finismo” a un passo indietro e non in avanti.

 

Mentre tutto intorno il quadro politico si fa fluido, i dinosauri della Seconda Repubblica si estinguono, nuovi protagonisti scendono in campo, nuove energie si attivano nel campo della cosiddetta “società civile”, nuovi schieramenti si disegnano su quel che resta del vecchio bipolarismo, ebbene, proprio ora Futuro e libertà rischia di trovarsi fuori dai giochi, incastrata in un recinto (quello della destra) che preclude quella “centralità” politica tanto invocata negli ultimi due anni. E incastrata in una forma organizzativa (quella del partitino, appunto) che le impedisce di coinvolgere, di includere, di accogliere nuovi partecipanti, di trovare nuovi compagni di strada.

Se aumentano i “perimetri”, diminuisce la “strategicità”. Se aumentano i congressi e gli organigrammi, diminuisce la capacità di aggregare. Correggere i torti e recuperare le ragioni non è difficile, anche se richiede impegno e rapidità. La fenice può rinascere ancora. Ma serve un’ultima rottura, coraggiosa e definitiva. Uno strappo di carne e sangue con tutto ciò che si dice “finiano” ma con il finismo degli ultimi anni (per contenuti, per stile, per linguaggio) non ha davvero nulla a che fare.



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