di Luciano Lanna
Sì, lo abbiamo letto che Silvio Berlusconi è ormai sulla difensiva e tenta, come sempre accade nell'ultimo atto di ogni assetto che va in archivio, l'ultima disperata carta della “mission impossible”, la ricomposizione della fantomatica “area moderata”. E mentre lo leggevamo ne ricavavamo solo la conferma della disperazione totale di cui sarebbero preda i vertici massimi del Pdl. «Io ci sto lavorando», avrebbe ammesso Berlusconi, «ma non è me bensì Casini che dovete convincere», confermando questo stato d'animo. Rilanciare in questo modo non significa altro che far finta di niente e non rendersi conto delle accelerazioni che la politica italiana ha avuto nell'ultimo anno e mezzo.
Non è infatti con la logica del 1994 o del 2001 – quella di mettere insieme tutti gli spezzoni d'apparato che è possibile – per evitare la vittoria elettorale del centrosinistra e spacciare questa armata Brancaleone come la coalizione dei moderati. No, quel modello, quella prassi, quella visione della politica è ormai tramontata nel momento stesso del fallimento dell'ultimo governo Berlusconi – quello che cercava di tirare a campare acquisendo via via in parlamento i deputati utili a reggere la maggioranza – e con l'avvento del governo di emergenza nazionale.
Nessuno può adesso illudersi di un ritorno al bipolarismo 1994-2008, quello di centrodestra contro centrosinistra. Adesso l'emergenza è quella di costruire un soggetto plurale e in grado di ereditare spezzoni importanti delle forze sociali e culturali che sorreggono il governo Monti col fine dichiarato di mettere insieme il meglio della classe dirigente italiana e portarla ad affrontare seriamente il superamento della crisi e la costruzione di un futuro (e di uno sviluppo) possibile.
Pensare di non vedere quello che è accaduto e far finta di niente e, anche peggio, arrivare a ipotizzare la vittoria di un centrodestra ripulito attraverso la strategia del lifting nel 2013 e magari, come fecero quelli del Caf nel 1992, assegnare già le caselle istituzionali prossime (tipo, Casini premier e Berlusconi al Quirinale), significa solo aver perso completamente le antenne con la società e con le aspettative dei cittadini.
Sia nel 1992 che nel 1994 tutto quello che si mosse in questa direzione – la ripresa del pentapartito prima, la ricomposizione moderata con Segni o Martinazzoli, poi – non riuscirono neanche ad avanzare d'un passo. Non c'è proprio spazio, insomma, per un progetto che metta insieme Alfano, Casini, Pisanu e magari Maroni e Fini e che si contrapponga al centrosinistra. E poi: ma li leggono i giornali e, soprattutto, quello che Gianfranco Fini sta sostenendo da mesi, i dirigenti del Pdl? Lo hanno capito o no che la prossima partita non è tra presunti moderati – ma erano moderati Bossi, La Russa o la Santanchè – e presunti comunisti ma tra un fronte democratico, riformatore, innovatore oltre centro, destra e sinistra e i residui della vecchia impostazione pseudo-ideologica, propagandistica e populista? L'impressione è che non lo facciano, così come – ci appare – i pidiellini non sembrerebbero parlare con la gente comune, non si confrontano con i cittadini, e soprattutto non intendono rassegnarsi alla loro inevitabile uscita di scena.
Pubblicato su www.futuroeliberta.it


