Al di là della cronaca nera, la soap opera in salsa Foxcrime della famiglia Bossi rappresenta una sorta di suggello conclusivo dell’era berlusconiana della politica italiana, un’era in cui la cosa pubblica si è trasformata in roba privata. È inutile girarci attorno. Ed è anche inutile derubricare il tutto a un malaffare limitato a un solo partito, a una sola famiglia. Sarebbe troppo comodo. E troppo semplice. È tutta la Seconda Repubblica che è nata e cresciuta attorno all’idea che i partiti fossero sostanzialmente strutture adibite a difendere interessi privati. Il bene comune non esiste, esiste solo un particolare declinato in forme diverse ma equivalenti.
E così i partiti hanno cominciato a schierarsi a prescindere da ciò che è giusto o sbagliato per il bene del paese, ma curandosi solo di rappresentare una parte del tutto: un pezzo di elettorato, un’azienda, un sindacato, una categoria, un apparato, una burocrazia, un gruppo di potere, una famiglia, un individuo.
Il declino è stato graduale ma inesorabile. E così la politica ha via via perso ogni caratteristica altruistica per parlare solo il linguaggio egoistico di quel che conviene a gruppi sempre più ristretti. Ha continuato a chiamarsi politica ma in realtà non aveva e non ha più nulla dell’arte di occuparsi (e preoccuparsi) della polis.
Prova provata di tutto questo sono proprio le ultime vicende giudiziarie che coinvolgono cosiddetti politici: nessuno ruba più per il partito, tutti rubano per se stessi. D’altra parte, se la politica è difesa d’interessi privati, è normale che alla fine qualcuno pensi che non ci sia nulla di male a tenersi qualcosa per sé, è normale pensare che i soldi pubblici in fondo possono essere utilizzati per i propri affari. Tutto diventa legittimo quando la politica non è più quella che dice di essere.


