Sat10252014

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Gianluca Giansante: «Berlusconi? Non parla più di politica»

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Gianluca Giansante, ricercatore, formatore e consulente di comunicazione, oltre che collaboratore del Riformista e Linkiesta, è l'autore del libro “Le parole sono importanti, un saggio sulla comunicazione politica” (Carocci, 2011). Un titolo morettiano per un volume veloce e interessante, una vera guida analitica per capire meglio la politica, i politici e il loro linguaggio.

Giansante, prima di passare alla comunicazione dei leader, cosa pensi del linguaggio che si legge dalle intercettazioni del caso Bisignani?

Chiaramente non può essere valutato con il metro della comunicazione politica, perché si tratta di conversazioni private, nelle quali chiaramente gli eccessi sono in qualche misura fisiologici:

chiunque leggesse i testi delle proprie chiacchierate al telefono potrebbe accorgersi di passare il segno qualche volta. Manca poi il contesto del discorso, il tono di voce o una risata possono ammorbidire certi passaggi. E infine si tratta di tante conversazioni diverse per cui non si può dare un giudizio complessivo. Tuttavia mi colpisce l’aspetto violento e talvolta perfino cattivo di alcuni commenti. Lascia intravedere un modo di fare politica che non durerà a lungo.


Di Pietro. Il suo colloquio con Berlusconi e il discorso alla Camera durante il quale ha bacchettato Bersani ha fatto infuriare i militanti di Idv. Che strategia è quella di Di Pietro?

Non mi sembra si tratti di una strategia di Di Pietro ma invece di Berlusconi, che si è avvicinato e ha provato a tessere la rete con cui è solito ammaliare chi lo incontra.
Di Pietro però ha saputo rispondere con efficacia alle critiche della base: fin da subito ha sostenuto che non è stato lui ad avvicinarsi ma il premier e ha rinforzato la propria posizione di “innocenza” con una battuta: “cosa avrei dovuto fare? Menarlo? Morderlo? Strappargli i capelli finti?”.


Il leader di Idv è stato definito un traditore. Che senso ha, nella politica attuale, la definizione di traditore?

L’ultimo caso in cui il termine ha guadagnato le prime pagine dei giornali è stato nell’agosto scorso quando, in occasione delle prime avvisaglie dello scontro Fini-Berlusconi, il presidente della Camera dichiarò: “noi non siamo traditori”. Come racconto nel libro fu un piccolo autogol di immagine. La mente umana, infatti, non conosce la negazione: ragiona solo in termini positivi.
Nominare il termine “traditore”, sebbene per respingerlo, evoca un “frame”, un quadro di riferimento, un universo di significato, un patto e qualcuno che lo viola, una persona sincera e uno spergiuro, un buono e un cattivo, quest’ultimo, interpretato – nel caso in oggetto – da Fini. Richard Nixon lo imparò a proprie spese. Durante lo scandalo Watergate, per far fronte alle continue richieste di dimissioni, il presidente americano rilasciò una dichiarazione pubblica in televisione nella quale affermava “non sono un imbroglione”. Come risultato tutti pensarono che era un imbroglione.


La svolta moderata di Di Pietro diventerà un "regalo" a Grillo?

Si tratta di due politici che, al di là di superficiali differenze, mostrano caratteristiche molto simili. Quella di Di Pietro potrebbe essere quindi una contromossa rispetto all’avanzata di Grillo: per non rischiare di venire fagocitato da uno “più puro” di lui, il leader Idv prova a spostarsi verso posizioni più moderate.
È una scelta che potrebbe pagare: come racconto nel libro una linea analoga è stata seguita dalla Lega nel 2006: uno studio aveva rivelato l’esigenza di portare il partito su posizioni più moderate.
Come conseguenza i leghisti cominciano a enfatizzare le tante realtà nelle quali il partito è al governo con i propri sindaci e presidenti di Provincia. I toni vengono abbassati e si predilige uno stile pacato, che ancora oggi caratterizza tanti esponenti del movimento, si pensi a Roberto Cota o a Luca Zaia. Questo mutamento ha consentito alla Lega di raddoppiare i propri consensi nel 2008. Un risultato impensabile ed eccezionale.

Che valore ha ancora sul mercato elettorale l'antiberlusconismo?

Berlusconi riesce ancora a dividere il paese in due: chi lo odia e chi lo ama. A sinistra l’antiberlusconismo ha ancora un peso forte, ci si può costruire sopra un piccolo partito o un giornale.
Ma per vincere nel contesto attuale la sinistra dovrebbe essere capace di superare l’ismo: criticare con maggiore efficacia l’operato di questo governo e allo stesso tempo avanzare una proposta politica convincente. A destra ci sono spazi crescenti, ma i protagonisti attuali hanno dimostrato, per il momento, di non essere in grado di sfruttarli adeguatamente.

Come giudichi le punzecchiature continue tra Bersani e Vendola?

È deleterio. Da un punto di vista della costruzione del consenso nell’elettorato di sinistra è come se un tifoso della Roma assistesse a una perenne faida fra Totti e De Rossi. In altre parole, l’elettore di centrosinistra vorrebbe che i due marciassero insieme, compatti, verso un obiettivo comune, la vittoria elettorale (e la sconfitta di Berlusconi).


Cosa pensi della polemica sul manifesto del Pd con la donna cui si alza la gonna a causa del vento del cambiamento? Non ti sembra un po' esagerata?

Di certo i toni della critica mi sembrano eccessivi. Tuttavia il manifesto non è adeguato. Innanzitutto perché se alcune persone lo considerano offensivo mi viene da pensare che effettivamente lo sia.
Ma soprattutto perché il claim scelto “il vento è cambiato” non significa nulla: è sotto gli occhi di tutti che la situazione sia mutata ma ora gli elettori si aspettano di sapere dal Pd qualcos’altro.
Non mi sembra una frase capace di mobilitare le coscienze. È quello che un cartellone dovrebbe fare, altrimenti meglio risparmiare i soldi e la fatica.


Parliamo della Lega. A Pontida, Bossi ha usato il solito linguaggio "rozzo". Eppure i risultati politici leghisti sono sempre più deludenti...

Nel libro sfato questo mito, il linguaggio della Lega, spesso considerato “rozzo” è in realtà frutto di scelte consapevoli e affatto banali.
Tuttavia in questo momento viene a mancare uno degli elementi della sua efficacia: gli eccessi linguistici di Bossi e dei suoi erano funzionali ad affermare “l’alterità” del movimento rispetto alla politica romana. Ora che il partito è al governo questa distanza è meno credibile.
Comunque è bene dirlo, la perdita di consenso della Lega non è legata a ragioni di ordine comunicativo ma alla crisi di fiducia politica di un elettorato che si sente insoddisfatto e deluso.


Dopo i disastri delle amministrative, Berlusconi cambierà registro comunicativo?

Non credo che il problema di Berlusconi in questo momento sia di tipo comunicativo. C’è un malcontento che investe direttamente la dimensione politica. Più che lo stile della comunicazione Berlusconi dovrebbe cambiare dunque il tema e, per esempio - come gli consiglia da tempo Giuliano Ferrara - tornare a parlare di politica.


Quali sono i temi che, secondo te, caratterizzeranno i prossimi mesi?

Dipenderà molto dalla capacità dei leader delle due coalizioni di imporre un tema forte. Sicuramente i riflettori saranno puntati sul tema economico. Berlusconi è chiaramente svantaggiato per la congiuntura internazionale e se vorrà riappropriarsene dovrà tirare fuori un coniglio dal cilindro. Per l’opposizione invece è una possibilità su cui lavorare per costruire consenso. Per esempio con una critica più seria alle scelte del governo, in primis quella di far gravare la manovra correttiva solo sui dipendenti pubblici. Quindi con una proposta alternativa, spiegata in maniera semplice, seria e convincente.


Giovanni Marinetti



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