Ma quale delfino, “nel 2013 il candidato premier sarà ancora Berlusconi”. Angelino Alfano non si smentisce. Servizievole in verità lo è sempre stato, oggi più che mai. Ma ora è anche seriamente preoccupato di non inficiare una leadership consolidata.
Dopo la pseudo investitura da parte del cavaliere, che tante bocche ha fatto storcere tra i suoi colleghi di partito, il ministro della Giustizia dice di temere che il Pdl e l’intero centrodestra dimentichino l’unico copione da seguire. Ovvero lui, l’unto dal Signore, il capo dei capi. Cambiare per non cambiare? No, qui nemmeno una visione gattopardesca potrà essere invocata, perché siamo drammaticamente in presenza dell’immobilismo più cementificato che esiste. Di un blocco granitico che conserva e si conserva in eterno, che mummifica idee e proposte, che non ci pensa nemmeno ad aprire la finestra per far entrare un po’ di aria fresca.
Perché in quel partito, come ad Arcore o in qualche altra residenza privata, vige la legge dell’unicum. Con sul citofono la targhetta che recita: “Silvio, per sempre Silvio”.
