Fri07252014

A Silvio

 

Tutte le storie prima o poi finiscono.
Prendere per mano una Nazione non è cosa facile. Solitamente ci si riesce in due modi: terrorizzandola o facendola sognare. Nel primo caso di solito la si porta alla rovina. Nel secondo caso, beh, dipende da quanto il sogno corrisponde realmente ad un sogno da condividere con gli altri o se è solamente concepito come un lungimirante quanto freddo e lucido disegno di autoreferenzialismo fine a se stesso. In Italia siamo stati per secoli più terrorizzati che affascinati. Forse è per questo che 17 anni fa ci si è creduto. Ma a partire da allora, si sta per diventare maggiorenni. E si è maturati? In certo senso, ultimamente parrebbe di sì. Altro che popolo bue, verrebbe da dire... 14 dicembre, da una parte, 17 marzo, 15 e 16 maggio, 29 e 30 maggio, 12 e 13 giugno, dall’altra. Il voto di fiducia chiesto dal governo, da una parte. I 150 anni dell’Unità d’Italia, le elezioni amministrative, i ballottaggi conseguenti, la votazione referendaria, dall’altra. Sei mesi e mezzo in cui (sembra) sia cambiato qualcosa. Un rigurgito “popolare”. La situazione politica italiana è in tumulto. Destra e sinistra storicamente intese probabilmente non esistono più. Fascisti e comunisti appartengono alla storia. Pochi giorni prima di Natale, il parlamento fu espressione di quello che potrebbe definirsi un episodio di “Cesarismo”: 314 contro 311. Nessun parlamentare allora si chiese cosa era la realtà che andava a votare dicendo “Sì”. E chi se lo chiese, di fatto, è stato più responsabile degli altri. S’ha da passà 'a nuttata. Forse si pensò s’ha da passà 'a annata. Anno nuovo, vita nuova. Italiani diversi. 17 marzo, il centocinquantesimo compleanno della nostra Italia.
Quel giorno tutta Italia festeggiò. I tricolori sventolavano dai balconi. Le città erano vestite a festa. E gli italiani sentivano loro l’Italia. L’hanno festeggiata, l’hanno coccolata, l’hanno amata. A prescindere da quello che si dice, ci sentiamo tutti italiani. Primo rigurgito popolare. Poi le elezioni amministrative. Il risultato arriva dirompente come un fulmine a ciel sereno. Si cambia rotta, si è detto. E’ cambiato il vento, si è affermato. I vecchi schemi vengono bocciati, pure sonoramente. Più che quelli vecchi, vengono bocciati gli schemi attualmente operanti.
Il referendum: arriva il tuono dopo il fulmine. Gli italiani non vogliono più sentirsi lobotomizzati. Le promesse non bastano più. Il sorriso stile “state tranquilli, bambini” ha stufato. L’italiano sembra cresciuto, il lecca lecca te lo tira in testa. Partecipazione attiva e consapevole. Ecco il ruggito popolare. Siamo tutti Irresponsabili, in fondo. E meno male. Forse anche qui molti non si sono chiesti cosa erano le realtà che andavano a votare dicendo “Sì”, ma a prescindere dal merito del sostenere la posizione del Sì o del No (e forse con un eccesso di demagogia), il referendum è stato un boato della gente comune.
Non si può negare che la coscienza collettiva si sta ridestando. Veline, bunga bunga, “ghe pensi mi”, toghe rosse, metastasi della democrazia.
Non regge più nulla. Gli occhi sono svegli ora. Forse anche arrabbiati. Prima di tutto, si vuole partecipare. Prima di tutto, ci si vuole occupare di cose concrete. Prima di tutto, non conta più la cornice, ma come si dipinge. Siamo italiani, non siamo scemi. Se si sta raggiungendo una vera consapevolezza della vita sociale, sta vincendo l’Italia. Ci sono le storie che finiscono lasciando l’amaro in bocca, le storie che finiscono come una liberazione, le storie che finiscono per disinteresse. E le storie che finiscono per il naturale deterioramento che subiscono dal passare del tempo. Essere i protagonisti di una storia comporta delle responsabilità: chi legge la storia vuole un esempio. Vuole valori, vuole giustizia, vuole sogni. La responsabilità del protagonista della storia sta nel non deludere le aspettative dei lettori. Ecco perché le favole hanno una loro durata.
Ecco perché, quando il principe e la sua amata si sposano, la storia generalmente finisce. Il seguito non darebbe più sogni ai lettori.
I sogni trascinano le cose alla grandezza. Lavorare, studiare, dare da mangiare ai propri figli, condividere una vita con qualcuno, incontrare altre persone. L’entusiasmo è ciò che fa la differenza. Mi rivolgo innanzitutto a te. Dicendoti, sinceramente, grazie. A suo tempo, hai portato entusiasmo. A modo tuo, hai creato una storia, dato dei sogni. Ma ora la favola è finita. L’emozione non c’è più. Silvio e Italia, si sta come due ragazzi che stanno insieme solamente per abitudine. Si pensa ad altro, ci si trascura. Non vedo più in te una realtà alla quale appassionarmi. Penso di parlare per tanti amici della mia generazione. Si sta lasciando crollare il tutto nel provincialismo, nel territorialismo, nella paura dell’altro, nell’interesse dell’orticello. Ti dico grazie, ma anche ti chiedo “basta”. Sei stato grande, alla tua maniera. Ora lascia diventare grandi anche noi. Abbiamo bisogno di qualcosa in cui credere. Sempre caro ti fu quest’ermo Colle. Ma quello era l’Infinito. Le vere storie, invece, hanno la loro conclusione.


 
Enrico Andreoli
Generazione Futuro Verona


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