Mon04212014

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Lettere al direttore

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I panini dei fast food? Meglio il made in Italy

Caro direttore,
la cittadina canadese, Isabel B., ha scritto sul sito di Mc Donald’s chiedendo conto sul fatto che i panini venduti nel fast food americano avessero un aspetto diverso da quelli pubblicizzati nelle immagini. Il dilemma riguardo l’aspetto dei panini più famosi del mondo è stato prontamente spiegato alla curiosa consumatrice: il resposabile marketing della Mc Donald’s canadese ha risposto con un video che mostra il dietro le quinte di un servizio fotografico sui panini: il posizionamento degli ingredienti in mezzo alle due fette di pane e un tocco di Photoshop sono la ricetta per l’appetitosa immagine. Merito della tecnologia se il panino è più “attraente”. Ma quest’episodio, nato dalla curiosità e da quella sana impertinenza che mi auguro che si verifichi sempre di più in questo mondo assopito e narcotizzato, mi porta a pensare, e mi fa riflettere sul sistema, capitalista e globalizzato, di cui la Mc Donald’s è il simbolo massimo. Possiamo noi non sapere quello che mangiamo? Possiamo noi  farci abbindolare da delle foto e poi vederci propinare dei panini tanto orrendi quanto oscure e sconosciute sono le loro matrice e provenienza? Così come i panini, altre americanate ci stanno somministrando, in modo capzioso e ingannevole.Dolcetti, bibite et simila, che hanno la duplice funzione destabilizzante di rovinarci l’organismo e di disabituarci ai sapori e alla cultura della nostra cucina e della nostra tavola. La cucina italiana, così variegata, genuina, sana e straordinariamente buona: dal parmigiano reggiano al prosciutto di Modena, a tutti gli altri salumi e formaggi del centro Italia, ai vari prodotti tipici in giro per lo Stivale.

Tonia Rustagno

Il disagio dei pendolari lombardi

Il sud è quello maledetto, poveraccio, pieno sempre di problemi e di annose questioni. Il nord, invece, è quello bello, pulito, dove tutto è in ordine e dove i treni viaggiano come Dio comanda e soprattutto arrivano puliti e in orario. Ma anche no. Quella dei pendolari lombardi è una vera e propria vitaccia. Ecco la storia. Giugno, un pomeriggio afoso. Stazione di Carimate (Brianza), aspetto il treno delle 18:11 da Chiasso a Milano Porta Garibaldi. Si fanno le 18.20 e il treno non arriva. Il capostazione annuncia che il treno diretto a Milano e proveniente da Chiasso viaggia con 20 minuti di ritardo. «Ok - ho pensato - che devo fare?» Aspetto pazientemente, prima o poi arriverà. Passano altri minuti, e chiedo al capostazione notizie riguardo il mio treno. Per tutta risposta, il mio indispettito interlocutore dice che siamo tutti bravi a lamentarci e mi intima di stare zitto. Ecco il servizio che mi merito a fronte di un corrispettivo di 200 euro al mese - 2400 euro in un anno - per l’abbonamento regionale: inefficienza, pesci in faccia e maleducazione. E questo sarebbe il nord che lavora, quello che guarda male i “terùn” e gli immigrati, quello della Milano da bere, del Duomo e della Rinascente, della Brianza, del benessere e della capitale della moda. Ma si, chi se ne frega se contribuenti, se coloro i quali si spaccano la schiena quotidianamente trascorrendo le giornate su questi treni fatiscenti e sempre più spesso in ritardo, spendono i loro soldi e la loro vita rincorrendo una tranquillità che sembra un miraggio. Eppure basterebbe davvero poco: una risposta cortese e un sorriso renderebbero meno pesante l’attesa del treno in ritardo.

Lorenza Stefanopulo

Che sarà mai questo biscotto?

Caro direttore,
la mattina, a colazione, mangio biscotti e bevo caffellatte. Mi piacciono i biscotti, ne mangio un bel po’.  Ma ultimamente non riesco a capire perché tutti ne parlano, e con riferimento a quel mondo malato che è il calcio. Scommesse, imbrogli, combine, biscotti, complotti. Ma soprattutto questo biscotto. Io mi ricordavo che, quando andavo a vedere le partite di calcio con gli amici, semmai ci si beveva una birra e si mangiava una pizza o un panino tutti insieme, ora c’è questo biscotto. Mah, che sarà mai, saranno i tempi che cambiano, sarà una nuova moda, ma io non ci sto capendo più niente. Non capisco perché ci si interessa sempre più all’ultima fidanzata del tal dei tali che gioca in quella squadra prestigiosa piuttosto che alla sua prestazione durante la partita. Prima i calciatori non potevano permettersi vita mondana. Adesso non possono non permettersela. E noi tutti, come spettatori di un nuovo anfiteatro romano - però più costoso e sfarzoso - a gustarci questo spettacolo da panem et circenses, dove non c’è una goccia di sangue - dato che, nel frattempo, i calciatori sono diventati delle autentiche femminucce - ma c’è solo business, c’è attenzione solo verso un qualcosa di artificiale che nulla ha a che vedere con il sano agonismo che dovrebbe appartenere allo sport. Non capisco perché ci meravigliamo del biscotto, e gridiamo allo scandalo: è la normale conseguenza – o forse, ancor più semplicemente, ordinaria amministrazione – di un sistema corrotto fin dalla radice, che, personalmente, mi ha disgustato. E non capisco come fanno tanti miei connazionali a continuare a seguire questo spettacolo che ci si ostina a chiamare sport.

Rossana Schimatari

Il nostro calcio è la metafora della vita

Caro direttore,

sicuramente avrà avuto modo di seguire ieri la partita tra Italia e Croazia. Un pareggio che rappresenta il risultato perfetto per descrivere la nostra Italia: incostante, timida, impegnata sì, ma non troppo, capace di capolavori (come la magistrale punizione di Andrea Pirlo). Noi siamo così: abbiamo monumenti storici da far impallidire il mondo intero, abbiamo estro, siamo gioviali, la cucina italiana è tra le più ammirate, copiate e invidiate, ma siamo un popolo “smorto”, stanco, appannato. I nostri giocatori – per carità, alcuni di loro, come Marchisio, De Rossi, Pirlo, ma anche Maggio e Giaccherini – hanno dato l’anima, si sono battuti come leoni. Ma nel complesso si tratta di una nazionale intimidita – non si sa poi da cosa – e poco coraggiosa. Il gol subito poi è stato un misto di disattenzione, errori e sfortuna, tutte cose che noi non ci possiamo permettere. Poco ha potuto Buffon, con l’attaccante croato sotto al naso. Ma questo deve farci riflettere. Mi dispiace, perché siamo andati a questi Europei con uno spirito diverso, con una voglia di rivalsa dopo gli scandali che hanno dilaniato il nostro calcio. Anche se non è detta l’ultima parola bisogna spronare questi ragazzi e dare loro tanto coraggio, ma anche una bella spinta, perché – questo lo penso da sempre, caro direttore – il calcio moderno pare abbia narcotizzato un po’ i calciatori, che sembrano concentrati sull’immagine, sulla loro linea, sul loro ego, sul superfluo e sul superficiale, e hanno perso così tutto – o quasi – quel mordente, essenziale per dimostrare di che pasta si è fatti in campo.

Sandro Bodoni

Finalmente un Parlamento pulito?

Caro direttore,
da quanto leggo sui giornali mi pare di capire che finalmente ci si stia muovendo in direzione di una sana “ripulitura” del Parlamento italiano. Infatti è passata la norma, contenuta all’interno del ddl anticorruzione, che impedisce ai condannati di candidarsi (e introduce, inoltre, i reati di corruzione tra privati e traffico d’influenze). Ieri sera – dopo una lunga giornata di votazioni - è arrivato alla Camera l’ultimo ok, con la terza e ultima delle fiducie. La terza fiducia, riferita all’articolo 14 del testo, riguardante la nuova fattispecie della “corruzione tra privati”, è passata con 430 sì, 70 no e 25 astenuti. Hanno votato a favore della fiducia sull’articolo 10 del ddl anticorruzione Pdl, Pd, Udc, Popolo e territorio; hanno invece votato contro l’Idv e la Lega, (ma c’era da aspettarselo, vista la loro intransigente attività di opposizione che stanno portando avanti contro questo governo, fin dalla sua nascita). Futuro e libertà non ha partecipato al voto sull’art. 10 del ddl, secondo quanto ha riferito il capogruppo Benedetto Della Vedova, che ha fatto sapere che «voteremo convintamente a favore sugli altri punti del testo ». La speranza, da cittadino ormai stanco di un Parlamento composto da politici che sistematicamente eludono e violano la legge, e rimangono puntualmente impuniti, è di vedere che finalmente venga fatta giustizia. Perché sia davvero uguale per tutti. E perché noi italiani possiamo finalmente non doverci vergognare del nostro Parlamento. Faccio appello, nel mio piccolo, al ministro Severino, che sta dimostrando professionalità e competenza nell’affrontare materie delicate e cruciali come queste.

Giorgio Protopapa

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