Tra militanti che gli chiedevano di restare ed elettori disgustati che ne chiedevano la testa Umberto Bossi ha gettato la spugna, almeno per ora. Dichiara, cioè, di non aver deciso se ricandidarsi alle politiche del 2013. Temporanea o definitiva che sia, l’uscita di scena sembra un déjà vu, almeno nel lessico e nelle argomentazioni e ricalca perfettamente l’asse tra il Carroccio e il Pdl. I due leader, alla fine, parlano allo stesso modo: tutta colpa delle toghe.
Perché, sostiene Bossi, l’inchiesta giudiziaria dipende dal fatto che «la Lega è pericolosa perché è sotto l'occhio non solo di Roma farabutta che ci ha dato questo tipo di magistrati». Su questo viene alla mente l’idea lanciata qualche anno fa dal Carroccio, e cioè l’elezione popolare dei giudici. «Il nord vuole magistrati del nord», urlavano i rappresentanti leghisti in Parlamento. Ora si è capito il perché. Insomma, secondo il dimissionario la bufera sulla «sa tanto di organizzato» perché «noi siamo nemici di Roma padrona e ladrona, dell'Italia, uno Stato che non riuscirà mai a essere democratico».
Mentre il figlio politico oggi non parla a prendere la parola è il primogenito del Senatùr. Riccardo Bossi esclude di aver preso soldi da Francesco Belsito (l’ex tesoriere del partito). E ribadendo anch’egli l’estraneità del padre dalla vicenda, gli dà man forte sulle ragioni dell’inchiesta delle procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria: «Complotto della magistratura? Sì, quello sì. È evidente l'attacco dei giudici nei confronti della Lega, l'unico movimento che è fuori dal potere e all'opposizione». Per poi allargare lo spettro del complotto anti leghista: «La Lega non piace all'Europa e al pensiero politico europeo». Sembra Borghezio ma è ancora Riccardo Bossi.
E intanto le rivelazioni aumentano. Dalla passione per la magia nera della signora Bossi alle case del Trota, dalla laurea di Rosi Mauro alle Porsche in leasing. Difficile credere che la bufera possa passare presto. E il sondaggio de La 7 segnala già un calo di più di un punto percentuale per la Lega. «Dobbiamo tornare tra la gente», dice Roberto Cota. Forse meglio di no, vista l'aria che tira.


