Nell’immaginario collettivo Gianni Letta è Silvio Berlusconi. Uomo saggio e pacato, come viene descritto anche da alcuni settori dell’opposizione, ma è innegabile che, ugualmente, rappresenta una pedina fondamentale del periodo politico che si intende chiudere. Non è esagerato definirlo l’eminenza grigia del berlusconismo e, del resto, tutti hanno letto il suo nome nelle inchieste giudiziarie mediaticamente più invasive. Ma non è questo il punto, almeno per chi si affida al sano principio della non colpevolezza. Molto spesso sui giornali si finisce per caso, per sentito dire. La sua figura è strettamente legata al capo del governo uscente e l’insistenza del Popolo della libertà a farlo entrare a tutti i costi nella compagine che si va formando, beh, non lascia dubbi sulla volontà di lasciare a Palazzo Chigi un cavallo di Troia.
Un Gianni Letta, quindi, non è per sempre e dopo giorni di tira e molla e veti incrociati tra Pdl e Partito democratico, il quaestor sacri palatii del Cavaliere resterà a casa. È un modo, corretto, di tagliare possibili legami con la vecchia dirigenza e, per i più maligni, di evitare che qualcuno possa sabotare dall’interno la sfida che la classe politica e il paese stanno per intraprendere. Meglio non rischiare, quindi. E se il prezzo da pagare è rinunciare a Giuliano Amato gli italiani sapranno farsene una ragione. Anche perché se Mario Monti ha chiesto ai partiti di mettersi in gioco e di metterci la faccia il Pdl ha altri suoi rappresentanti da spendere, tesserati ed eletti e avrebbe potuto suggerire nomi diversi. È un po’ come andare a cena da un quasi nemico e chiedergli di poter portare con sé una microspia da lasciare sotto il tavolo…











