Uno dei tormentoni di questa legislatura è stato l’abuso del termine tradimento. Da una parte si contestava il venir meno a un accordo elettorale, dall’altra più concretamente la violazione di promesse elettorale. C’è stato un momento in cui si era prospettata la possibilità di «dimissioni congiunte» per venir fuori da questa polemica dei patti traditi. È stato il presidente della Camera a lanciare questa sfida chiudendo il congresso di Milano, uno dei momenti fondamentali del percorso di Futuro e libertà, oltre che in diverse sue apparizioni in trasmissioni televisive. Dimettiamoci entrambi, questa la proposta di Gianfranco Fini, assolutamente ignorata dal capo del governo. La cosa finì così per l’indisponibilità di chi, giorni fa, ha dichiarato di «non volere poltrone».
Oggi la maggioranza sconfitta si è affidata ai social network per rispolverare, a modo suo, quell’idea proposta da Fini a febbraio invitando il leader di Fli a lasciare lo scranno più alto di Montecitorio. Invito palesemente pretestuoso per come sono andati gli eventi. Silvio Berlusconi non si è dimesso né lo farà. Il suo è un passaggio obbligato avendo constatato l’assenza in Parlamento di numeri sufficienti a reggere ancora il suo esecutivo. E la conferma è arrivata nelle stesse ore da uno degli uomini più fedeli al Cavaliere. «Noi abbiamo perso, Fini ha vinto», è stata la conclusione lucida del ministro Gianfranco Rotondi.
