Su questa rubrica non ci siamo mai nascosti: siamo anti-berlusconiani e ne andiamo fieri. D’altronde, lo abbiamo sempre detto: Berlusconi è un pericolo per il Paese, non tanto per i rischi cui potrebbe andare incontro la democrazia (è una versione che non mi ha mai convinto fino in fondo, in quanto, pur con tutti i suoi limiti e pur essendo stato sfibrato, il nostro è un tessuto sociale assai più resistente di quanto non si pensi) quanto soprattutto per il discredito internazionale cui continua a sottoporci anche adesso che non è più a Palazzo Chigi e non ricopre alcun ruolo istituzionale di prestigio.
Non è un caso che sia Hollande che Sarkozy, nel dibattito televisivo di mercoledì scorso, abbiano preso con tanto puntiglio le distanze dal Cavaliere, rinfacciandosi l’un l’altro presunti appoggi e presunte amicizie.
Hollande ha attaccato il rivale, additando l’Italia berlusconiana come esempio negativo e alludendo alla possibilità che, con un’eventuale conferma di Sarkò, la Francia possa imboccare la stessa china.
Sarkozy, pur avendo a disposizione meno argomenti, ha tentato di difendersi, rivendicando come una sorta di vanto l’incrinarsi dei rapporti tra lui e l’ex Premier italiano e ricordando a Hollande che alcuni esponenti del PDL e della destra italiana si sono espressi a favore di un cambiamento di guida oltralpe o, comunque, hanno manifestato tutta la propria insofferenza all’indirizzo di colui che più volte umiliò pubblicamente Berlusconi, fino all’estremo sberleffo del ghigno insieme alla Merkel.
Fatto sta che oggi la credibilità internazionale del Sire di Arcore è praticamente pari a zero mentre Hollande non ha esitato a citare Monti come esempio positivo, pur marcando bersanianamente la propria distanza ideologica da un personaggio che non può certo essere considerato un faro del pensiero progressista.
E allora perché Berlusconi si ostina ad attaccare Monti, sia pure per bocca di Alfano o dei colonnelli ex AN, e a mostrare tanta insofferenza nei confronti delle sue affermazioni e dell’operato di quest’insolita (e speriamo irripetibile) esperienza di governo? Le ragioni le abbiamo spiegate varie volte, prima fra tutte l’assoluta indifferenza del soggetto in questione verso i problemi e le esigenze del Paese.
Tuttavia, nelle ultime settimane si sta facendo strada un’altra ipotesi, ancora più atroce: al di là dell’esito di queste Amministrative, Berlusconi sa benissimo che, in caso di elezioni anticipate, perderebbe male, forse addirittura peggio di quanto non perderebbe se si tornasse regolarmente alle urne nel 2013, ma non gli interessa. A questo punto, in un contesto socio-economico così difficile, con la politica ai minimi storici di consenso e di fiducia da parte dei cittadini, per lui è indifferente vincere o perdere: se dovesse vincere, tornerebbe a praticare le politiche che ci hanno condotto al disastro; se dovesse perdere, riuscirebbe ugualmente a trascinare l’Italia al voto con la stessa pessima legge elettorale, potendo premiare i parlamentari fedeli e punire quelli meno zelanti o che in qualche occasione hanno persino osato provare ad opporsi a qualche legge ad personam.
E poi, in una visione sansoniana della cosa pubblica, riuscirebbe con un simile gesto a vanificare tutti gli sforzi compiuti in questi mesi, costringendo il Parlamento a rinviare di un’altra legislatura le riforme istituzionali e Costituzionali delle quali il Paese non può più fare a meno, obbligando, di fatto, la Lega a seguirlo su questo sentiero che porta dritto al baratro.
Senza tener conto delle voci dei maligni, secondo cui la sua più grande soddisfazione sarebbe quella di vedere il centrosinistra, magari alleato con il Terzo Polo, costretto a rendersi impopolare fin da subito, dovendo varare ad ogni costo la parte più dura delle riforme messe in cantiere da Monti, anche perché – dopo tre mesi di campagna elettorale imprevista – lo spread sarebbe di nuovo oltre quota cinquecento punti, il tasso di disoccupazione sarebbe alle stelle, quello giovanile sfiorerebbe il quaranta per cento e lo spettro del default sarebbe di nuovo lì a pesare come una spada di Damocle sulle nostre teste.
Se saltasse tutto, la gente non esiterebbe a scagliarsi contro l’intera classe politica e si materializzerebbe l’agghiacciante prospettiva di un’astensione prossima al quaranta per cento o addirittura superiore.
Per questo, se dipendesse solo da lui, saremmo già precipitati nell’ennesima campagna elettorale-referendum: Berlusconi sì, Berlusconi no. L’unica speranza è che, pure all’interno del PDL, sia più debole ed isolato di quanto non voglia far credere all’esterno e che non abbia la forza di rendere sessanta milioni di persone protagoniste del proprio declino.
Perché B. vorrebbe le urne
- Lunedì 07 Maggio 2012 11:36


