Tue09302014

Back BLOG Simone Santucci - Politically scorrect Per un partito liberale. E laico

Per un partito liberale. E laico

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In questi giorni di marasma istituzionale si cominciano a delineare, finalmente, i futuri equilibri della nuova politica italiana. Nuova politica non significa certo nuovi politici, ma già questo, per il paese del Gattopardo, è un gran passo avanti.
Di fronte alla dissoluzione del panorama berlusconiano, dissoluzione prima che politica oserei dire culturale (l’ossimoro Berlusconi-cultura è voluto) gli italiani, forse, hanno definitivamente chiuso una stagione che è durata trent’anni, iniziata ben prima della discesa in campo del sire di Arcore ma già viva e presente con il cinghialone Bettino. Fu proprio col conio sempre attuale di “nani e ballerine” prodotto da Rino Formica che, qualcuno (quasi nessuno), comprese che la politica italiana stava abbandonando la sua tradizionale impostazione, tutta politica, sobria, bizantina per avventurarsi nei lidi della politica spettacolo. Oggi quell’era è finita e ciò che rimane sono solo le macerie di un impero mostruoso, che non ci ha lasciato nulla se non un enorme debito pubblico e una società più cafona e cerebrolesa di trent’anni fa.
Chi occuperà quello spazio politico? Si fa un gran parlare di del “Partito della nazione”, nominativo già infelice perché di partito “nazionale” gli italiani ne hanno conosciuto uno e gli è bastato. Cosa sarà però, questo contenitore, nessuno lo dice. Già qualcosa che nasce su impulso di esponenti che, quando va bene, sono stati dentro 4 o 5 partiti, francamente può sembrare destabilizzante e quindi potrebbe sembrare che la cosa bianca nasca non proprio sotto i migliori auspici.
Anche le profonde differenze tra le anime componende questo terzo polo potrebbero far sorgere qualche perplessità in merito, ma non tutto è da buttare. A meno che il sire di Arcore non si trasformi in Lazzaro, qualcuno prima o poi dovrà pur occupare quello spazio che egli si appresta a lasciare, dopo vent’anni, paurosamente vuoto. Quello stesso spazio che fu, in altri tempi, di Einaudi e Moro è stato, ormai, per anni occupato da apprendisti stregoni e politicanti privi delle basi necessarie per poter svolgere quella che per tanti era stata, ed è forse ancora, un’arte. È pure ora che qualcuno riprenda quel filo spezzato e si ricollochi in un’area che, ha rappresentato, nonostante tutto, il perno della politica italiana per mezzo secolo.
Ciò che spaventa è che chi si appresta a prendere questa prateria non ha nulla, o veramente poco, dei politici di un tempo. Intendiamoci, nessuno come la Dc è responsabile dell’enorme deficit di cui stiamo pagando, dopo anni allegri, le catastrofiche conseguenze ma avevamo pur di fronte persone culturalmente preparate, selezionate accuratamente dai partiti e, cosa non da poco, elette dai cittadini. La Dc ha senza dubbio il merito d’aver guidato l’Italia in anni davvero complessi ma ha anche il demerito di averla trasformata nel bordello che è ora, intrisa com’è di clientelismi e, se non più di prima, collaterale e succube dell’influenza del Vaticano. Ebbene sì perché la Dc seppe anche essere un partito laico, formato sì da cattolici, i quali però difficilmente erano disposti a farsi dettare l’agenda politica dalla Città leonina. Lo facevano talvolta, è vero, ma con la schiena dritta. Possiamo contare oggi sullo stesso tipo di comportamento da parte dei grandi sponsor di questo cantiere? Davvero difficile.
Il grande centro, terzo polo o partito della nazione, dovrà, se non vuole nascere già morto, spazzare via proprio questa anomalia tutta italiana: sforzarsi di essere un partito liberale, democratico e soprattutto laico. Nulla di queste tre qualità potevano essere affibbiate al Pdl, partito gelatinoso, uni personale e pronto a fare di un quiddam Giovanardi un suo esponente di spicco: nella pur cattolica Dc, un elemento del genere, avrebbe fatto comodo come appendiabiti nei cessi degli scantinati di Piazza del Gesù. La vera innovazione sarebbe nell’investire, nuovamente, nella selezione interna, nella gavetta e nella cultura. Un partito senz’altro post-ideologico ma che possa far convivere tranquillamente al suo interno anime diverse che abbiano il coraggio e la capacità di fare una sintesi delle pur diverse esperienze personali. Il Labour inglese che ha governato per più di un decennio convive ancor oggi tra l’anima liberista e quella trotzkista eppure nessuno si scandalizza.
Un partito, insomma, che in Italia, ha smesso di esistere con la scomparsa della destra storica, potrebbe riaffacciarsi sul panorama politico: e se ci riuscisse, in questi termini, sarebbe capace di sparigliare l’intero panorama, ancora cristallizzato sulle obsolete trincee anti e pro berlusconiane. Se questi signori sapranno vincere questa sfida allora l’Italia avrà vinto la sua battaglia di rinnovamento. In caso contrario il bunga bunga ve lo meritate tutto.



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