Fri07252014

Maya

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Un’italiana con gli occhi a mandorla
 

Ho incontrato Maya ad un corso di cucina giapponese: mi ha insegnato a cucinare il sushi e l’okonomiyaki, la frittata giapponese. Tra una ricetta e un assaggio, parlando del Giappone e dell’Italia, mi ha raccontato la sua storia: “Sono nata a Roma 29 anni fa da genitori giapponesi, che hanno deciso di trasferirsi in Italia; dopo aver trascorso una decina di anni come artisti - mio padre è scultore, mia madre orefice – hanno voluto mettere su famiglia insieme. Attualmente sono la responsabile dell’Ufficio Comunicazione di una ONG italiana – Ricerca e Cooperazione (RC) – impegnata in progetti di sviluppo nel Sud del mondo. Quando sono in Italia, curo prevalentemente l’ufficio stampa, la grafica ed il sito della ONG; all’estero monitoro la visibilità dei nostri progetti ed elaboro workshop formativi in comunicazione ed advocacy. Gli unici hobby che coltivo maggiormente sono i viaggi e la lettura.”
Maya è italiana, ma ha vissuto anche lei, sulla sua pelle, il problema epocale della concessione del permesso di soggiorno, della cittadinanza: “Nel 2005, appena laureata ero in attesa del soggiorno, che mi fu consegnato in ritardo, di tipo 9 mesi: prevedendo i disagi, avevo inoltrato le pratiche per ottenere la cittadinanza italiana, preferendo risolvere la questione in questo modo per motivi di lavoro.” Certo aggiunge, “Quanto più uno sente di vivere in un paese ostile, tanto più facilmente  cerca rifugio nelle proprie tradizioni, tanto più si chiude. Ma, arginare questo rischio dipende soprattutto da quanto il genitore riesca a trasmettere la parte bella del paese ospitante al proprio figlio.”
Maya è atea e né la religione né la nazionalità costituiscono un ostacolo alle sue scelte sentimentali: “Nessun problema a sposare un non giapponese. Tra l’altro, vivendo in un paese europeo, è molto più probabile incontrare un occidentale piuttosto che un asiatico, in linea con la mia ambivalenza culturale”.
Ho incontrato molti giovani appartenenti alle cosiddette ‘seconde generazioni’, ho intervistato tantissimi di loro. Eppure le risposte che ascolto mi meravigliano sempre, mi sorprendono, spesso spiazzandomi. Mi avvicino senza la più minima forma di preconcetto, provando ad evitare quelle domande stupide che, da autoctona, inevitabilmente mi sovvengono: ‘conflitto generazionale?’; ‘religione?’; ‘integrazione?’; ‘italianità?’. Nonostante la mia totale buonafede rischio di commettere l’errore di considerare l’intero universo dei figli dei migranti come un blocco granitico e uniforme, addirittura privo di sfumature. Ma basta una risposta di una giovane con gli occhi a mandorla e i lunghi capelli neri come la notte senza luna e lisci come un mare senza brezza - ‘Mi sento accettata ed integrata semplicemente perché mi accetto e mi sento fortunata per la mia doppia valenza’ - a farmi ricordare che sto parlando con una ragazza, con una giovane donna, che non rappresenta nessuno, tantomeno un intero universo di ragazzi, di donne e di uomini, di maghrebini e di giapponesi, di cinesi e di ucraini. Rappresenta solo se stessa.
E esprime i suoi pensieri, la sua visione del mondo, dell’Italia: “L’integrazione italiana si sofferma spesso sul folklore, ma riesce comunque a creare ponti tra le culture per la spontaneità e la curiosità verso l’altro. Il problema è che è un paese eccessivamente legato alla figura materna, molto legato alla famiglia e spesso, per timore di perdere il vantaggio di essere coccolati da mammà e di dover rinunciare a quello che già si ha, non ci si lancia a scoprire nuovi mondi. Per spiegarmi meglio, ti faccio un esempio: in Italia la disoccupazione è un dato di fatto ed i lavoratori non sono tutelati. Perché gli italiani, invece di lamentarsi o di accontentarsi di un lavoro mal pagato, non vanno a trovare la fortuna altrove? L’integrazione per me è vedersi ovunque, ma è anche non aspettarsi nulla e raccogliere tutto ciò che viene dal contatto con una cultura differente dalla propria.”
‘Cosa significa essere italiano?’, le chiedo per concludere, cadendo nel consueto tranello. La risposta arriva puntuale a spiazzarmi: “È una domanda a cui penso solo quando me la pongono.”


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